di Letizia Piredda
Un film che salta a piè pari tutti i cliché sulla vita religiosa monacale per incentrare il discorso su tematiche decisamente scandalose e spiazzanti come l’aborto. Il tutto filtrato dal personaggio di Maria Teresa di Calcutta nei giorni che precedono l’abbandono del monastero in cui ha trascorso diversi anni, per fondare un nuovo ordine. Personaggio di Maria Teresa reso di una forza travolgente dalla bravissima attrice svedese Naomi Rapace.


Su tutto aleggia la ricerca dolorosa e insondabile della propria vocazione alla maternità: quella religiosa spirituale e quella biologica. La suora che rimane incinta fa da contraltare in qualche modo alla ricerca spasmodica di Maria Teresa che non concepisce il suo mandato tra le quattro mura di un convento: la sua vocazione infatti la porterà in mezzo alla gente, nel magma umano di sofferenza e indigenza del continente indiano. Già nel suo film precedente Dio è donna e si chiama Petunya la regista aveva espresso in modo provocatorio la sua tendenza ad andare contro le regole e a vivere con audacia e attraverso percorsi poco ortodossi la sua spinta verso il trascendente.

Qui apre questioni fondamentali sull’autenticità delle proprie scelte e su problematiche spinose come l’aborto, facendo trasparire la sua approvazione in merito. Ma l’originalità della regista sta nel modo provocatorio con cui solleva le questioni: non una donna, ma una suora che rimane incinta, il massimo della sacralità contro il massimo della peccaminosità. Sì perché ogni volta c’è di mezzo l’uomo e la religione non può mai prescindere da questo.
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