di Mattia Migliarino
Franco Maresco, cineasta palermitano nato nel 1958, è da sempre una delle presenze più eccentriche e provocatorie del panorama cinematografico italiano. Dopo l’esordio in coppia con Daniele Ciprì e una lunga serie di lavori capaci di spaccare pubblico e critica, ha ottenuto riconoscimenti di rilievo: con Belluscone – Una storia siciliana ha conquistato il Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia e il David di Donatello per il miglior documentario, mentre con La mafia non è più quella di una volta ha ricevuto nuovamente il Premio speciale della giuria al festival lagunare.
Il suo più recente progetto, Un film fatto per Bene, è stato presentato in anteprima il 5 settembre 2025 all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. L’opera sembra avviarsi come un tributo a Carmelo Bene, ma presto devia rotta: il set si blocca, il produttore abbandona e Maresco finisce per raccontare soprattutto se stesso. Ne nasce un lavoro sospeso tra mockumentary, confessione personale e indagine.



Il vero protagonista diventa il regista stesso con il suo cinema “impraticabile”: un linguaggio composto da tentativi, ostacoli e fallimenti trasformati in espressione artistica. Carmelo Bene rimane più una presenza spettrale che un tema centrale, un pretesto da cui partire per riflettere sul significato dell’arte oggi, sulla crisi della settima arte e sul rapporto problematico con chi la finanzia.
Il film si struttura come un mosaico irregolare: vecchi materiali d’archivio, nuove inquadrature, telefonate autentiche e momenti intrisi di surreale. Nulla segue un ordine preciso, tutto appare disgregato e convulso, ma proprio in questo caos si specchia al meglio la poetica di Maresco. Non è un lavoro pensato per intrattenere: è un film che scuote, che ferisce, che mostra la fatica di fare cinema e rivela come persino dai fallimenti possano emergere significati inattesi.



Alcuni spettatori lo percepiranno autoreferenziale e faticoso, altri lo interpreteranno come un gesto indispensabile, un atto di resistenza contro l’appiattimento culturale. Un film fatto per Bene non risulta “riuscito” secondo i parametri tradizionali. È un’opera che lascia traccia, segnata dallo stile riconoscibile di Maresco: sarcasmo feroce, immagini disturbanti e una bellezza che affiora soltanto dal disordine. Non è un film fatto bene, ma testimonia come, a volte, il capolavoro possa nascere proprio dal fallimento.
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