Alpha è puro cinema contemporaneo, che guarda al passato, alla mitologia, alle tragedie greche e, in toto, all’arte ellenica. La ricerca dell’immagine è sempre totale nel cinema di Julia Ducournau, che qui confeziona qualcosa di viscerale a livello visivo. Proprio lei, che ha fatto tanto cinema derivativo, si discosta di molto da tutto ciò che si è visto finora sul grande schermo. Julia Ducournau si libera — non completamente, perché è parte della sua poetica — del body horror cronenberghiano, per cercare un linguaggio unico, fortemente cinematografico e moderno. La storia di crescita della tredicenne Alpha passa attraverso la sua vicenda familiare, segnata dal rapporto tra la madre e lo zio tossicodipendente. Una famiglia di arabi, una madre medico che ha tutti i tratti della salvatrice, dell’eroina greca, di Antigone e di Ipazia: una donna che è riuscita a ribaltare le sue sorti di diseredata ed è diventata dottoressa. È interpretata da Golshifteh Farahani, sempre impeccabile e perfetta in questo ruolo. Spesso il cinema della Ducournau è un cinema degli ultimi — anche la sua “eroina” di Titane, Alexia, lo è — e di famiglie improvvisate. In questo caso, in una sorta di Monte Olimpo di caseggiati popolari, dove droga e delinquenza imperversano, la madre di Alpha fa di tutto per salvare suo fratello Amin, interpretato da Tahar Rahim, che offre una grande prova attoriale, anche attraverso una trasformazione fisica davvero notevole.
Ma il cinema della regista francese è fatto anche di ossessioni, malesseri e storie contemporanee: la paura delle malattie, il ricordo ormai sfuocato della pandemia da Covid-19, si fonde con quello — ormai completamente dimenticato — dell’Aids (la regista, come la sua protagonista, era giovane quando comparvero i primi contagi). La malattia inventata nel film porta tutti i tratti dell’Aids: dal modo in cui si trasmette, fino alla psicosi collettiva che lascia indietro i contagiati e i possibili contagiati. Il sangue è il filo conduttore di tutta l’opera. Sangue che si vede spesso nel film, soprattutto quello di Alpha. Ma la pellicola ci parla più di un contagio attraverso i legami che di un contagio reale: è un’infezione del cuore e dell’anima, da cui nessuno si può salvare. Emblematica la scena del professore che piange in classe. È anche una sorta di guerra quella che viene portata avanti tra chi sta con gli ultimi e chi vorrebbe semplicemente cancellarli: la stessa battaglia che compie la madre di Alpha per tenere in vita suo fratello. Il cinema di Julia Ducournau è anche un cinema di corpi: lo è sempre stato, ma questa volta non si tratta di body horror, perché i corpi dei contagiati sono bellissime statue di marmo, che rimandano all’arte antica come modello. L’orrore non si trova più in quei corpi, ma nelle menti di chi vorrebbe che non esistessero. Perfino il corpo di Amin, così martoriato, sofferente ma anche tanto amato e tante volte salvato, non risulta orrorifico: è semplicemente una conseguenza del mondo moderno e del male che esso porta.
Alpha è un inno alla bellezza degli ultimi, dei diseredati, dei lottatori, ed è anche un inno alla lucidità del messaggio cinematografico: un ritorno al cinema e all’arte delle origini, alla forza dell’immagine e al cinema che parla attraverso le immagini. Pur restando moderno, è un inno ai legami familiari che alla fine non definiscono chi siamo, ma da che parte vogliamo stare. Alpha deve compiere un vero e proprio viaggio dell’eroe per crescere e capire. Deve vivere in mezzo agli ultimi e alle rovine della sua famiglia, per diventare più saggia degli adulti e fare la cosa giusta. Nell’incredibile scambio di ruoli finale tra madre e figlia si trova il processo di crescita della ragazzina. Abbiamo sbagliato tutto proclamando Julia Ducournau paladina del body horror: in realtà la regista fa film sui sentimenti. È un cinema emotivo ed emozionale, che mette al centro i giovani per parlare di legami familiari e dare una veste moderna a qualcosa di antico come i legami di sangue, sempre però dando forza al cinema. Come non amare le statue di alabastro, la schiena di Amin, il tatuaggio con la A di Alpha e il Vento Rosso? Ma a volte il troppo amore fa impazzire, si dice nel film: così Alpha risulta appesantito da linee temporali diverse, da una storia familiare troppo drammatica e da troppe idee. L’ultimo film della regista di Titane manca di scegliere se essere immagine o emozione, cuore o testa, riuscendoci solo in parte.
Giulia Pugliese
Scrittrice
Educazione
2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project
2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo
Esperienze lavorative
2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon
2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films
2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take
Premiazioni
Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
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