di Giulia Pugliese
Robert Redford, in un’intervista a The Guardian nel 1970, ha detto di non considerarsi un uomo di Hollywood, spiegando come ormai a Hollywood il cinema fosse diventato una corporation: “Non si può fare arte con logiche d’azienda, sono disgustato da quest’approccio”.
Dell’attore, regista, produttore e fondatore del Sundance Film Festival, ricordiamo i ruoli iconici: A piedi nudi nel parco, Butch Cassidy (per la prima volta in coppia con Paul Newman), Come eravamo, Il grande Gatsby, I tre giorni del condor, Tutti gli uomini del Presidente, La mia Africa, Proposta indecente e Leoni per agnelli. Una carriera in crescita: da bello delle commedie romantiche ai film di protesta degli anni ’70, è stato il volto di una certa America colta che doveva esprimersi sulle questioni politiche e sociali.
Ma Robert Redford non è solo un uomo che ha saputo trovarsi al posto giusto al momento giusto e incarnare un ideale, come forse anche altri hanno fatto: lui ha trainato l’industria cinematografica americana, ha tentato di disegnare una via per i più giovani e per il cinema indipendente. Non solo con il Sundance Film Festival, ma anche con l’ente no profit collegato al festival e nato precedentemente. Perché fare tutto questo? “Non ho idea di come andrà a finire. So che sta diventando sempre più difficile distribuire un film in questo paese, a meno che non abbia il potenziale per incassare milioni di dollari”, risponde in un’intervista del 1981. Capisce il malessere della classe creativa del suo paese e cerca di dare una risposta positiva a questo.

Ma senza Robert Redford alcuni dei film più importanti degli anni ’90 e dei primi 2000 non sarebbero mai usciti: Sesso, bugie e videotape, esordio di Steven Soderbergh; Le iene, esordio di Quentin Tarantino; Prima dell’alba di Richard Linklater; Donnie Darko di Richard Kelly, The Blair Witch Project di Eduardo Sánchez e di Daniel Myrick.
Quindi non solo un bello di Hollywood, un bravo attore, un produttore e un regista, ma un uomo che ha saputo ridefinire le logiche dell’industria cinematografica. Il Sundance Film Festival continua a essere il centro della cinematografia indipendente: l’anno scorso sono stati presentati in anteprima The Real Pain di Jesse Eisenberg, Soundtrack to Coup d’État di Johan Grimonprez, A Different Man di Aaron Schimberg e Presence di Steven Soderbergh, i primi tre, protagonisti anche alla corsa agli Oscar del 2025.
Tuttavia, tutto quello che ha fatto per il cinema, non può prescindere dalla sua carriera da attore e dalle scelte fatte: i thriller politici girati dai grandi registi dell’epoca, come Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula, girato solo quattro anni dopo il Watergate; I tre giorni del condor di Sydney Pollack, dove si raccontano i servizi segreti deviati e le troppe implicazioni del governo americano nel mondo; Il candidato di Michael Ritchie, dove prematuramente si parla della doppia faccia della politica e dell’incapacità dei candidati di parlare di problemi reali; Corvo rosso non avrai il mio scalpo, sempre di Sydney Pollack, uno dei primi film a dare una visione diversa sugli indiani d’America, e anche la favola animalista de Il cavaliere elettrico, che ha poi ispirato tanto cinema moderno come Charley Thompson di Andrew Haigh e, perché no, l’italiano Il toro di Carlo Mazzacurati.
L’attore non è stato solo avanti nel denunciare, attraverso i film scelti, il malcostume della politica americana delineandone un’escalation, arrivando a Leoni per agnelli, girato proprio da lui; ha cercato di fare film western diversi e in linea con l’amore per gli animali, come L’uomo che sussurrava ai cavalli, anch’esso diretto da lui.

Diverso anche nel rapporto con le attrici con cui ha lavorato: è stato un fantastico comprimario per Jane Fonda, con cui ha girato cinque film: In punta di piedi, A piedi nudi nel parco, Il cavaliere elettrico e Le nostre anime di notte. Ma si è messo al servizio di grandi ruoli e grandi attrici, come Barbra Streisand in Come eravamo di Sydney Pollack, dove il cinema si toglie gli occhiali rosa e ci racconta quanto siano difficili i rapporti tra uomo e donna, specie se questa donna è K-K-Kathie, migliore di Hubbell, come scrittrice, anticonformista e “troppo” per Hubbell. Redford recita la parte di un uomo mediocre per raccontare la storia di un amore impossibile, ma non per questo i protagonisti si sono amati meno. Lo stesso con Meryl Streep in La mia Africa, sempre dello stesso regista, dove interpreta una donna che vorrebbe essere libera, anche se i tempi non lo permettono. Due figure di spiriti liberi che decidono di condividere parte della loro vita, senza però rimanere assieme.
Si è quindi prestato a un cinema che parla di nuove figure femminili e anche mettendosi da parte, per raccontare protagoniste, nuove icone femministe.
Robert Redford è stato anche regista di numerosi film, tutti con un sottofondo drammatico, spesso con una vocazione sociale e di denuncia, sempre con uno sguardo alla letteratura americana: The Conspirator, Leoni per agnelli e Milagro, drammi familiari come Gente comune e La regola del silenzio – The Company You Keep. L’incontro tra improbabili amici come La leggenda di Bagger Vance, tra una bambina e un addestratore di cavalli in L’uomo che sussurrava ai cavalli, e tra un avvocato nordista e la possibile assassina di George Washington in The Conspirator. I suoi film sono sempre stati in grado di bilanciare denuncia sociale, rapporti umani e grandi storie americane, anche destrutturando i generi: Leoni per agnelli, che dovrebbe essere un war movie, diventa invece un’analisi critica sulla guerra al terrore americana, dove politica, guerra e mass media si intrecciano. Con Gente comune Robert Redford vince l’Oscar come miglior regista e il film vince come miglior film nel 1980. Quell’anno c’era Toro scatenato in lizza: senza nulla togliere a Martin Scorsese, lo sguardo che Redford ebbe sulla famiglia americana borghese e sul loro dolore rivoluzionò la narrazione della società piena d’ipocrisie, dell’idea della famiglia fatta da madri che cucinano torte di mele, da padri che non parlano e figli modello, e soprattutto del lutto. Tacito di sentimentalismo, L’uomo che sussurrava ai cavalli, era invece un film che guarda al rapporto tra madri e figli, a come gli adulti possono influenzare i bambini, all’assunzione e al riconoscimento del trauma.

È stato anche un grande scopritore di talenti: Timothy Hutton e Scarlett Johansson erano nei loro primi ruoli, rispettivamente in Gente comune e L’uomo che sussurrava ai cavalli, ma anche star come Brad Pitt e Will Smith hanno acquistato un’altra sensibilità lavorando con lui in In mezzo scorre il fiume e La leggenda di Bagger Vance.
Robert Redford non c’è più: è venuto a mancare nella sua villa nello Utah, dove invitava giovani sceneggiatori a scrivere opere per un cinema diverso, lontano dalle colline e dallo sfarzo di Hollywood. Aveva 89 anni, ma sembra impossibile che sia morto; eppure è riuscito nell’impresa più grande di tutte: cambiare il cinema per sempre.
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