“Lasciatemi dire, a costo di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore.” — Che Guevara
di Giulia Pugliese
Il cinema di Paul Thomas Anderson non è mai stato così esplosivo, nel senso dell’azione, ma anche della detonazione che questo film potrebbe avere sulla società americana. Il regista di Magnolia, riprendendo Vineland di Thomas Pynchon, autore dimenticato della controcultura americana — la cui letteratura, Paul Thomas Anderson aveva già fatto brillare in Vizio di forma — ci parla dell’America di oggi. Quando dico oggi, non intendo il 2025, ma proprio oggi: è un film che parla dell’odierno. La lucidissima visione del regista, unita invece a un immaginario cinematografico visionario e immenso, fa sì che Una battaglia dopo l’altra lasci una sorta d’incredulità, di alone misterioso e di difficile comprensione. È un film che, da fuori, sembra un inno alla rivoluzione, alla lotta, al cinema anni ’70, alla blaxploitation e al cinema con tanti piccoli riferimenti cinematografici. Tolto però l’involucro esplosivo e caldo della rivoluzione, è gelido e agghiacciante: il grottesco che pervade la pellicola fino alla fine, quell’idea di aver già perso e di dissoluzione, crea un sentimento contrastante all’interno dell’opera, ma la rende anche molto più vitale e complessa di un semplice gioco tra rivoluzionari “fighi” e reazionari caricaturali. Ma il grottesco aiuta? Negli ultimi anni, il cinema americano si è appropriato di questo genere come protesta contro una forma di potere malata. Tuttavia, il grottesco nasce in Europa: tra i suoi maggiori utilizzatori troviamo Luis Buñuel e Marco Ferreri. Ormai, però, è nel cuore pulsante della filmografia americana, a volte acquisita come quella di Yorgos Lanthimos, o propriamente americana come quella di Ari Aster. Ma il grottesco, a volte, può essere una maschera per rendere la denuncia meno tagliente e più caricaturale; in Una battaglia dopo l’altra, invece, serve a rendere ancora più agghiacciante la narrazione.
È un film pieno di cunicoli, passaggi segreti, parole in codice, come a dare una sensazione di claustrofobia e di mistero, ma anche di eterna scoperta di altro, di altri luoghi e dell’altro come amico o nemico. Una battaglia dopo l’altra è una scoperta continua, un film a matrioske, dove anche gli intenti dei personaggi non sono chiari: sono matti e irrazionali. Dove reazionari e rivoluzionari si attraggono e si respingono. È un cinema fatto anche da grandi interpreti: Leonardo DiCaprio e Benicio Del Toro, ma dove brillano soprattutto Sean Penn e Teyana Taylor. La prima parte del film, molto adrenalinica, veloce e forte visivamente, ricorda quasi la filmografia di Harmony Korine e un certo cinema americano legato al mondo black. Tuttavia, Paul Thomas Anderson costruisce un cinema citazionista: innumerevoli i riferimenti a film, personaggi, scene, si respira cinema — tutto il film trasuda cinefilia — e Paul Thomas Anderson, che abbiamo visto modificare i generi e creare capolavori del cinema moderno, riesce a creare, a livello di regia, un film veloce, con grandi scene come quella dell’inseguimento. L’opera, a differenza delle altre del regista, è un film squisitamente attuale e anche calato nella vita reale del Paese, con una denuncia chiara alla polarizzazione politica e alla deportazione dei migranti, proprio mentre Donald Trump, nel suo secondo mandato, ha imprigionato e deportato quasi 60.000 immigrati, per lo più sudamericani, facendoli diventare il vero e proprio capro espiatorio di un malessere legato all’inflazione e al declino dell’impero americano. Una battaglia dopo l’altra è sorprendente per la grande attualità, ma anche per il carico di sentimenti della storia umana di una famiglia americana rivoluzionaria, in cui finalmente viene fuori tutta la verità. E, per certi versi, questo carico d’amore è un invito alla speranza.
Negli ultimi anni, Il regista si è quasi liberato delle vesti dell’autore americano che deve raccontare il marciume — persino in un film su una storia d’amore come Il filo nascosto — ma sempre tenendo una narrazione reale e dedita a investigare l’uomo. Vi è maggiore luminosità, speranza e fiducia nei sentimenti dei giovani romantici di Licorice Pizza e nel rapporto tra un padre e una figlia in quest’opera, che si ritrovano dopo un’avventura spericolata nella politica e nel cambiare il mondo. Anche qui si corre molto, come in Licorice Pizza, ma questa volta con una direzione precisa e qualcuno da abbracciare.
Giulia Pugliese
Scrittrice
Educazione
2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project
2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo
Esperienze lavorative
2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon
2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films
2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take
Premiazioni
Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
di Riccardo Colella Una discussione a tre tra musica e cinema, con filo conduttore il rock di protesta di Bruce Springsteen.Insieme a Riccardo Colella, Michelangelo Iossa critico cinematografico e Alessio Miraglia, compositore.
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