Gli occhi degli altri di Andrea De Sica. La bellezza della natura e le patologie dell’uomo. Roma Film Fest#3

di Pino Moroni

Gli occhi degli altri di Andrea De Sica (figlio di Manuel e nipote di Vittorio) è un film che parla di natura selvaggia. Un’isola rocciosa (Zannone) circondata da un mare luminoso, aperto o minaccioso, che la bagna o la flagella, con tutti i venti dello zodiaco. Un simbolo forte delle vite travagliate degli uomini.
Una fitta foresta accompagnata da una rada macchia mediterranea, piena di animali selvatici, mammiferi e volatili, dove si sente la istintiva vita primitiva, ma, a tratti, ampie aperture panoramiche, che rappresentano le conquiste liberatorie della nostra razza.

immagin eper Gli occhi degli altri di Andrea De Sica.
Gli occhi degli altri di Andrea De Sica.
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Gli occhi degli altri di Andrea De Sica.

Una villa, nei negletti e confusi anni ’50, frutto di una messa in scena ad effetto, con tutti i confort possibili (allora solo per privilegiati) al servizio di un mondo dorato, opulento e festaiolo, aperto ad ogni apparenza, esperienza e trasgressione. Quando in Italia la sparagnina mediocrità borghese e le repressioni sociali e religiose regolavano la moralità ed il comune senso del pudore della gente comune.

In questo angolo non convenzionale delle isole Pontine, avuto in concessione dallo Stato da una ricchissima famiglia, fra ospiti particolari arriva Elena (Jasmine Trinca), una ragazza del sud, bellissima, sensuale e disinibita, sposata con un ingegnere benestante del nord, amico del padrone di casa, Lelio (Filippo Timi).

Erede del padre, proprietario di immensi patrimoni agricoli ed immobiliari nel milanese, di carattere altero, arrogante ed intemperante. Con una personalità passionale ma contorta, annoiato e dedito ad una vita sociale appariscente, dispendiosa e generosa (per gli occhi degli altri), sposato con una soubrette di avanspettacolo come era costume in quegli anni tra rampolli di alta società e donnine pubbliche.

Sull’isola, oltre feste di piacere, musicali e mascherate, di cui nel film si fa uso alternativo alle scene più intime, Lelio conduce battute di caccia, in cui eccelle per i suoi sofisticati fucili e la sua infallibile mira. In una di queste cacce si incontrerà ed inizierà una passionale relazione con Elena. I due lasceranno i rispettivi coniugi e si sposeranno, dopo l’annullamento dei rispettivi matrimoni, nel 1959.

Molto discutibile il passare degli anni (con date in sovrimpressione) per Elena, con cambiamenti fatti di sorpresa, poi di piacere e di assuefazione alle voglie del marito e con poco sviluppo invece del monotono, corrucciato e collerico Lelio.
Qui il film deborda nella descrizione delle particolari patologie sessuali dell’uomo, che oltre i rapporti quasi di lotta con il corpo statuario della moglie, vuole guardarla, fotografarla e riprenderla mentre ha rapporti con altri uomini, che lui stesso facilita, anche con ricompense. Una forma di voyerismo, che dal piacere degli occhi degli altri sul corpo disinibito di sua moglie si trasforma solo in vizio di guardarla possedere dagli altri.
Elena vive in questo gioco escogitato dal marito nuove fantasie, desideri, ed una libertà del suo corpo dal comune senso del pudore (che all’epoca regolava l’uso del sesso) e si espone sempre di più agli occhi ed alle voglie degli altri, anche con spinte provocatorie. Finché non avrà una profonda crisi di fuga da quella realtà, da dover curare con pseudomagie di una verace napoletana.

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