di Pino Moroni
La Masterclass di Richard Linklater, che ha ricevuto il Premio alla carriera alla Festa del Cinema di Roma, è stata una delle interviste più aperte e sincere di sempre. A cominciare col dire (senza voler offendere nessuno) che lui era giunto a Roma a presentare il suo nuovo film sulla “Nouvelle vague” e non per ritirare il premio (anche se ben accetto).
Folle come tutti i texani o meglio borderline (il Texas storicamente è mezzo messicano e mezzo americano) da ritrovarsi anche nel fare cinema dentro e fuori i canoni cinematografici.


Così ha parlato del suo amore giovanile per la letteratura (voleva fare il romanziere ma poi si è appassionato di teatro ed imparando a recitare è arrivato alla sua ossessione per il cinema). Ma ha subito rifiutato la vigente legge sulla produzione di film “non dirlo ma fallo”
Ha invece cercato sempre di ribellarsi allo status quo, al conformismo, al compromesso, alle leggi di mercato. Per questo ha fatto vedere una clip del suo primo film indie, Slacker di 85 minuti (1991), commedia generazionale sul liceo americano (un cult), in cui in veste d’attore, solo in un taxi, spara un monologo lunghissimo e paradossale tra realtà e sogno, che è poi quello che rappresenta la sua filosofia, con digressioni che rendono ogni uomo unico. Un flusso mentale libero e creativo, cifra costante della sua cinematografia.
Per Linklater è la parola, il parlato ed i dialoghi anche fluviali, che rendono il gesto cinematografico teatrale e comprensivo. Il dialogo, per lui è quello che lo lega agli attori nei loro monologhi e rapporti, anche perché avendo fatto bene recitazione conosce bene la lingua degli attori. Cercare di capire – ha detto – quello che ci frulla per la testa è la base per poi comunicarlo per ricevere conferma o confronto. Così per gli attori come per il pubblico (messo sempre al centro dei dialoghi, come fossero i suoi) perché il cinema è un medium potente per far connettere le persone, per farle specchiare sullo schermo.
Altra cosa importante però – ha aggiunto – è lo storytelling, in cui descrivere qualcosa meglio della cosa stessa. E qui ha fatto entrare in ballo la cosa più importante di tutte, il tempo, di cui Linklater è il precursore cinematografico. Una scoperta come ha ben detto per caso.
Per la trilogia Before (Sunrise, Sunset e Midnight) – ha raccontato – non c’era originariamente un piano prestabilito. Fatto il primo film, dopo anni, July Delpy e Ethan Hawke sono tornati ad Austin (dove lui vive) ed avevano pensato, visto che stavano così bene insieme ed avevano voglia di fare un film, di continuare la storia, con dialoghi infiniti, che erano cambiati cosi come erano cambiato loro nel tempo.
Così sinceramente ci ha spiegato la sua filosofia: “sono interessato alla gestione del tempo, del suo scorrere, con le persone che crescono, mutano, diventano altro ma alla fine se stessi”. Cosa che non si può fare, ma diventa artificiosa – ha spiegato – in un tempo solo in un solo film, ambientato in più tempi diversi della vita. A meno di dover ricorrere a tanti trucchi.
Sempre sul tempo (ancora più approfondito nel suo originale Boyhood) Linklater ha parlato di “paradossi temporali”, di “gap temporali”, di “catturare i momentum”, di “situazioni frammentarie”, con una facilità di comprensione che gli viene da una esclusiva personale ricerca e conoscenza dell’argomento. E lascia noi a bocca aperta a pensare. Lui è stato il pioniere del nuovo tempo cinematografico, oggi arrivato ai “loop temporali” od ai “multiversi”.
Il film Boyhood è stato girato, anno per anno, per 12 anni, riprendendo un bambino da 6 a 18 anni. Ma non toccando i cambi generazionali (infanzia, adolescenza, giovinezza) solo piccoli particolari frammenti di un periodo, pieno e gravido di futuro, che finisce troppo presto.
Il tempo è importante per questo soggettista – regista – sceneggiatore, anche per il percorso da fare tra quanto viene scritto e poi improvvisato o viceversa improvvisato e poi scritto. Linklater ha anche parlato del suo divertente sodalizio con Jack Black con cui ha realizzato School of Rock (commedia musicale su una piccola Band) e Bernie (una Jack Black black comedy del profondo Texas).
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