Our Hero Balthazar. Dalle solitudini digitali alle fake performative. Roma Film Fest#6

di Pino Moroni

Oscar Boyson regista dell’interessante Our hero Balthazar, suo primo film, non è l’ultimo arrivato.

immagine per Our Hero Balthazar, di Oscar Boyson
Our Hero Balthazar, di Oscar Boyson
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Our Hero Balthazar, di Oscar Boyson

Dopo anni di collaborazione produttiva con i fratelli Safdie (Leone d’argento per la regia all’ultimo Festival di Venezia) ed i vari ruoli tecnici assunti nei film di Noah Baumbach e Greta Gerwig (ormai famosi per Barbie), ha cercato con l’aiuto di Ricki Camilleri, di realizzare un film nuovo, più crudo ed approfondito sui teen ager americani (non più solo giovanilismo sentimentale-festaiolo alle High School Music o alle American Pie).
Un film con cui abbraccia la complessità dei pensieri e dei comportamenti di una generazione che si affida ciecamente alle tecnologie, in cui crede di vedere il futuro ed alle mode sociali di facile visibilità, pur sapendo che per arrivare non basta solo l’apparenza ma le conoscenze giuste ed una dura gavetta.
Il successo, in ogni campo, anche quello sentimentale non è dovuto solamente al saper fingere bene. Questo si chiama bluff e delle sue scoperte ne sono piene le cronache.
Un film che parte dalla solitudine, per non dire la noia di un ragazzo ricco della New York bene, Balthazar (Jaeden Martell). Viziato dalla madre (ricca separata e desiderosa di far parte della cerchia di un senatore di Washington) che ha bisogno di far parte di una comunità, per non perdere i contatti umani (ha solo un Life coach che pensa a prendere uno stipendio e si sollazza nella piscina della famiglia del ragazzo con i suoi amici).
In un mondo in cui c’è ormai fame di visibilità, Balthazar (si fa chiamare Balthy alla francese) si è creato un suo profilo social, in cui esperimenta e posta falsi pianti ben recitati, per dimostrare la simpatia con le vittime dei giovani uccisi nelle stragi avvenute nelle scuole dell’Arkansas.

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