di Martina Cossia Castiglioni
Spesso il cinema francese ci regala «piccoli» film dalla trama in apparenza prevedibile, che ci sorprendono invece perché si allontanano dai cliché del loro genere. È il caso di L’attachement (La tenerezza) di Carine Tardieu, presentato l’anno scorso al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti, e ispirato al romanzo di Alice Ferney L’intimità.

Sandra (Valeria Bruni Tedeschi) vive da sola, gestisce una libreria ed è convinta della propria scelta di non sposarsi e non avere figli. Una sera i vicini di pianerottolo Cécile e Alex (Pio Marmaï) le affidano per qualche ora Elliot (César Blotti), cinque anni, perché a Cécile si sono rotte le acque e deve andare in ospedale a partorire. Quando il dramma cambia l’esistenza della famiglia, Sandra entra in qualche modo a farne parte, senza perdere la propria indipendenza. La pellicola è scandita dalle fasi della crescita di Lucille, da piccoli e grandi avvenimenti, dall’allargarsi di questo nucleo familiare anche ad altri personaggi e con dialoghi e riflessioni non banali, mai retorici.


Valeria Bruni Tedeschi è misurata, con un sorriso che illumina lo schermo, Pio Marmaï convincente nel ruolo di Alex; molto bravo anche il piccolo César Blotti in quello di Elliot, spontaneo e mai lezioso. Attachement significa attaccamento, legame, impegno. La tenerezza del titolo italiano è quella attraverso la quale la regista guarda i suoi personaggi. Perché si può amare un figlio anche se non è nostro, e perché la famiglia non è sempre quella dei legami di sangue, ma quella che ci scegliamo.
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