L’anno nuovo che non arriva. Bogdan Mureşanu

di Lorenza Del Tosto

L’intervista risale a un anno fa, quando a Venezia 2024, il film ha vinto nella sezione Orizzonti. Ma l’argomento del film, la caduta di Ceausescu, ci sembra un argomento sempre attuale.

la Redazione

Bogdan Mureşanu, regista e sceneggiatore rumeno, siede accanto a noi con un sorriso enigmatico e un’energia possente. La stessa energia che dirompe da L’anno nuovo che non arriva: il film con cui ha debuttato alla regia e che è appena passato in sala nell’ambito dell’8 Euro Balkan Film Festival. Non sempre un film e il suo regista si somigliano, ma in questo caso sembra esserci una simbiosi assoluta. Dramma e commedia, inquietudine e leggerezza convivono in perfetto equilibrio: la tragedia, quando c’è, non annienta, ma dà risalto al lato umano, talvolta comico, talvolta tenero, talvolta disperante della situazione.
Due ore e 18 minuti corrono via veloci con sei storie intrecciate di persone comuni, abitanti di Bucarest, nei due giorni che precedono la caduta del regime di Ceausescu in Romania il 21 dicembre 1989.
Ceausescu, dittatura, Romania non sembrano temi invoglianti eppure la sala è pervasa di energia.  
Il film ha vinto nella sezione Orizzonti all’ 81 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2024.
Una delle sei storie dell’affresco, The Christmas Gift  si è aggiudicata l’European Film Award al miglior cortometraggio nel 2019.
“Sono rimasto stupito dal successo del cortometraggio.” Dice Mureşanu ancora incredulo. “Mi sembrava una storia senza capo né coda, solo un frammento.”Che racconta della placida sera in cui un padre scopre che il suo figlioletto ha imbucato una lettera indirizzata a Babbo Natale chiedendo in dono la morte dello zio Nicola, come spesso sente ripetere in casa. Non ci sono dubbi sull’identità dello zio Nicola.
La lettera è partita? La polizia segreta l’avrà già letta? Il povero padre, morto di paura, dovrà trovare il modo di intercettare la lettera.


Le sei storie si intrecciano in una polifonia senza forzature e ci ritroviamo nella Bucarest del 1989, respiriamo l’aria soffocante, gli appartamenti angusti, il fiato sul collo della Securitate, gli obblighi assurdi, eppure, non è un mondo da cui riusciamo a prendere le distanze, si insinua in noi l’inquietante impressione che non sia storia del passato: forse questo è il mondo verso cui andiamo?
Tra le sei storie ognuno troverà la sua preferita, ma nessuna stanca, nessuna è di troppo.
“Come le ha pensate? Come le ha scelte?”
“Oh ma ne avevo molte di più. Ne ho tantissime.” Tutto il suo corpo si slancia, come se le storie fossero lì dentro di lui e potessero, come bolle, venir fuori e riempire ogni spazio. “Mio padre e mia madre lavoravano in ospedale e già lì ne avevo tantissime. Però si tratta di un film e dovevo essere ragionevole, anche se all’inizio non lo sono stato affatto. La versione iniziale durava tre ore e 40 minuti e  non riuscivo a mollare, a togliere niente, mi sembrava che fosse tutto importante.” Dice con allegra autoironia. “Avevo messo in forno un impasto da tre ore e 40 e volevo sfornare una torta della stessa lunghezza. Poi la mia brava montatrice, serba, mi ha fatto diventare ragionevole. Mi ha imposto di vedere la versione lunga due o tre volte di seguito. E mi ha convinto…alla fine avrei cancellato tutto.” Ride.
“Qual è stata la prima ispirazione?”
“La demolizione. Sono nato a Bucarest e sono cresciuto in mezzo alla costruzione di quell’orrendo edificio.” Il suo viso si contrae in una smorfia e tutto il suo corpo, seduto accanto a noi, è attraversato da un moto di disgusto. Come una sotterranea onda sismica. “Ceausescu ha costruito il Palazzo del Parlamento, il secondo palazzo governativo più grande al mondo dopo il Pentagono. Per farlo ha obbligato migliaia di persone a sfollare, ha succhiato il sangue della gente. Ha distrutto una zona grande come il centro storico di Venezia.” Un’operazione grottesca. Una follia di cui poco si sa, poco si parla: approfittando di un violento terremoto che aveva colpito la città, Ceausescu ha fatto radere al suolo edifici rimasti intatti, parti belle e antiche della città, ha smantellato un’intera collina per costruire un mostro ispirato all’architettura della Corea del Nord. Alla morte di Ceausescu il palazzo non era ancora completato, ma sarebbe stato più costoso distruggerlo.
“Immaginate cosa sono stati quegli anni: Bucarest sempre piena di polvere, un’immensa ferita nel cuore della città, operai e camion ovunque, sembrava la guerra civile. Come è stato possibile che lo si sia lasciato fare?” Chiede sbigottito. Una domanda che di certo deve tormentarlo da sempre. “Che nessuno glielo abbia impedito? Un uomo da solo può distruggere la vita di tante persone. Come è stato possibile? 50.000 persone sfollate…”


La storia che Mureşanu ha scelto per raccontare quella terribile demolizione è, per noi, la più bella: piena di poesia, di vigore, di malinconia. Una donna costretta ad abbandonare la sua casa piena di ricordi e di begli oggetti.
“Ho voluto raccontare la storia di una donna che non riesce ad accettare di separarsi dalla sua casa. Che per giunta ha un figlio che lavora per la Securitate (la polizia segreta). Non volevo usare gli effetti speciali per mostrare l’abbattimento delle case. Volevo raccontare le piccole storie. Tante storie quotidiane formano il grande ingranaggio della Storia.”
La forza di questo personaggio femminile, e di tutti i personaggi: uomini e donne, rivela nel regista una sensibilità profonda, un’attenzione, una capacità di leggere nel cuore delle persone.  I piccoli gesti della donna: le tazzine buone con cui offre il caffè all’operaio che sta portando via i suoi mobili, l’espediente per chiudere gli spifferi alle finestre di una casa che verrà demolita sono gesti che ti struggono, vuoi correre a casa tua per assicurati che sia ancora in piedi, vuoi entrare nel film per proteggere con il tuo corpo i pochi beni di quella signora elegante.
“Il film si apre con le rivolte di Timisoara che però non vediamo mai, sono solo voci, supposizioni che circolano segretamente nelle strade.”
“L’apertura su Timisoara è un espediente drammaturgico. È lì che tutto è iniziato.  Qui in sala ci sono molti studenti e lo avranno capito. Quello che mi interessava era raccontare gli ultimi momenti che hanno portato alla caduta del dittatore: la vediamo, alla fine, in diretta nel materiale d’archivio. C’è un bellissimo documentario che lo racconta Videograms of a Revolution di Harun Farocki e Andrei Ujica, del 1992. La Rivoluzione rumena è stata forse la rivoluzione con la maggiore copertura televisiva della storia. Assistiamo in diretta alla caduta di un dittatore. La trovate su Youtube. È la prima volta, e speriamo non sia l’ultima, che vediamo un dittatore passare, nella frazione di un istante, dallo status di idolo a quello di un vecchietto in pensione che non capisce cosa gli sta succedendo.”
C’è una gioia feroce nella sua voce. Una soddisfazione. Una rivincita, con l’arte e con la bellezza, contro le brutture che hanno piagato la sua infanzia. Immaginiamo quante volte avrà visto quella scena: la piazza che si solleva e il dittatore, che pensa di aver davanti una folla adorante, non capisce che è odio quell’onda che sale verso di lui. Povero vecchietto. Sono davvero immagini fortissime e nelle nostre menti, in sovraimpressione sul viso spaesato di Ceausescu, si affollano altri volti. Tutti i nostri dittatori attuali.
“Vediamo la moglie accanto a lui, neanche lei capisce, si guarda attorno e pensa sia un terremoto. Ceausescu non era consapevole di quanto fosse odiato. Siamo stati fortunati ad avere queste immagini.” Nella sua voce c’è una punta di orgoglio.  “Che condensano in pochi istanti l’idea stessa del potere: ci sono volute decine di anni per consolidarlo e poi basta una scintilla, un paio di secondi e quel potere non c’è più.”
Non smette di meravigliarsi. E noi con lui di fronte a questa incredibile funzione del tempo. Tutto è e nulla più è, in un istante.
“Una delle storie riguarda la Tv di massa. La Tv di stato. Lo spettacolo che doveva andare in onda la notte di Capodanno.”“Sì, il titolo poteva anche essere Il programma che non è stato mai trasmesso. Il programma di cui parla l’episodio è stato registrato nel novembre del 1989 mentre cadeva il muro di Berlino. Il comunismo crollava tutto attorno e a Bucarest si lavorava ad un programma che incensava il leader con lodi e canzoni.”“Lei usa le immagini di repertorio per mostrarci la caduta di Ceausescu, ma non ci fa vedere le immagini della rivolta di Timisoara. È stata una scelta precisa, dettata da cosa?”
“La ragione è ovvia e lei, di sicuro, l’avrà già capita.” Salta su per spiegare l’ovvio ad un bambino, o meglio a persone che hanno incautamente dimenticato il sapore della dittatura “Non ci sono immagini di quanto avveniva a Timisoara. Era una dittatura e la dittatura controllava tutto. In TV si sente solo la versione del dittatore.” Poi rivolto al pubblico giovane che ignora i fatti spiega “Il 16 Dicembre a Timisoara è iniziata la Rivoluzione. Ma a Bucarest arrivavano solo delle voci, delle supposizioni. Qualche Radio libera riusciva a dire qualcosa. A parte questo non c’era modo di sapere nulla. Era assolutamente proibito a chiunque andare in giro con delle telecamere. Non sarebbe stato storicamente esatto, da parte mia, mettere quelle immagini. Qualche ripresa è arrivata in Serbia, che allora era ancora la Yugoslavia, perché molti serbi vivevano e ancora vivono nella zona di Timisoara. Sono riusciti a far passare immagini amatoriali. Ma sono arrivate troppo tardi. L’opinione pubblica non ne era al corrente, anche se non credo si possa usare la parola opinione pubblica sotto una dittatura. Per non farla troppo lunga: a Bucarest si respirava un’atmosfera molto tesa, qualcosa stava succedendo a Timisoara ma non si sapeva esattamente cosa.”
Mureşanu fa un grande sospiro, nel tentativo di colmare il vuoto di conoscenza o di esperienza che lo separa dal pubblico stasera.  Ha messo tutta l’anima in questa storia, in questo tentativo di capire, perché quando vivi l’orrore sulla tua pelle non smetti più di cercare di capire perché è successo quello che è successo.
“Mi sono chiesto a lungo, mi sono interrogato ossessivamente: come è possibile che queste cose succedano? Come è possibile che un demone possa prendere possesso di un intero paese? Che arrivi una figura oscura a comandare su tutti? Come è stato possibile in Germania, in Russia, in Romania?” Fa una breve pausa. “Ora so la risposta.” Esclama “Ho un amico: uno storico, uno studioso che da anni fa ricerca negli archivi della Romania. Se disponi in orizzontale, mi ha detto, tutti i file che contengono il materiale degli informatori dell’epoca arrivi a coprire un’estensione di 28 chilometri. 28 chilometri di denunce e delazioni. La Romania era diventata la società della delazione, della pugnalata alle spalle.” Sa che il tempo a sua disposizione è finito, ma la sua foga è impetuosa, incontenibile. Il suo bisogno di mettere in guardia, di ammonire, di scuotere “Allora si capisce perché un regime, un governo diventi così difficile da cacciare. La risata è contagiosa, ma la paura lo è ancora di più. Dilaga come un virus. E quando si insedia la paura ogni cosa è possibile.”
Silenzio in sala.  
“Ma lei ha scelto di chiudere il film nel momento di massima euforia: Ceausescu è caduto. Lui e la moglie verranno giustiziati pochi giorni dopo. Alla fine c’è speranza nel suo film. Non è così, signor Mureşanu?” Mureşanu sorride. Ha esordito dicendo: “Racconto i due giorni prima della fine di Ceausescu, avevamo creduto che fosse anche la fine di quel Comunismo, ma così non è stato.”
Dietro la foga e l’energia insaziabile, ha un cuore sensibile. Capisce che, a chiusura dell’incontro, gli viene chiesta una parola di speranza, di riservare a noi spettatori la stessa tenerezza che accorda ai suoi personaggi. Esita. Non vorrebbe.
Ma poi sorride con i suoi occhi pieni di ironia. “Certo.” Annuisce “Alla fine c’è sempre speranza…”

Il corto Il regalo di Natale

Il Palazzo del Parlamento

Informazioni su Lorenza Del Tosto 34 Articoli
Lorenza Del Tosto Vive a Roma con le sue figlie e il gatto Leo. Interprete di Conferenza free lance. Tra le sue passioni: le serate di chiacchiere con gli amici, il cinema, la letteratura e l’Aikido. Ha una rubrica Lost in Translation con ritratti di attori e registi per cui lavora. Ha vinto un’edizione del Premio Loria per racconti inediti ed è arrivata finalista in altri concorsi letterari.

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