Un semplice incidente di Jafar Panahi, girato in Iran, di cui si parla in tutto il mondo per la mancanza di libertà e democrazia, è invece una profonda e potente riflessione, molto più umana che politico-religiosa.


Mentre la politica e la religione sono alla ricerca di spegnere ogni anelito di umanità degli individui con dogmi e violenze, che portano a credulità, adeguamenti e vendette, reazioni naturali della sopravvivenza umana, il film ha evidenziato altre risposte più libere e razionali alle provocazioni subite.
Il regista Panahi, che ha provato sulla sua pelle (come dissidente ideologico è stato nella peggiore prigione iraniana, Evin) le pressioni per allinearsi o dare sfogo alle tante reazioni di collera verso il sistema socialista-teocratico vigente, ha trovato ed usato in questo film un confine sottilissimo per superare la difficile impasse in cui lui ed i suoi personaggi si sono venuti a trovare, in una sceneggiatura geniale da lui preparata, per un film girato senza alcuna autorizzazione in patria.
Girato con molta semplicità di forma, ma con una profonda metodologia simbolica, il film non affonda mai in un confronto aperto con il significato reale della repressione, ma cerca di mediare, percorrendo, con molta cautela, una strada nuova (diversa dalle contrapposizioni) che è quella di far nascere un dilemma morale, fatto di giustizia, verità e responsabilità.

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