di Martina Cossia Castiglioni
Hana è una ex drag queen, Gin un alcolista e Miyuki una ragazza scappata di casa: sono tre senzatetto, tre barboni come si definiscono loro stessi. Una sera, nella settimana fra la Vigilia di Natale e Capodanno, trovano una neonata abbandonata tra i sacchi dell’immondizia. Nelle notti di Tokyo, mentre cercano la vera madre della piccola, tra incontri inaspettati, strane coincidenze, disavventure e inseguimenti, Hana, Gin e Miyuki si ritrovano a fare i conti con il proprio passato.




Dal 24 al 26 novembre, distribuito da Nexo Studios, torna nelle sale italiane Tokyo Godfathers (2003), terzo lungometraggio d’animazione del regista giapponese Satoshi Kon, scomparso nel 2010. Suo è il soggetto della pellicola, della quale firma anche la sceneggiatura, in collaborazione con Keiko Nobumoto. Rispetto al film d’esordio Perfect blue (1997) o ad opere successive come Paprika (2006), dove i confini tra realtà, sogno e immaginazione spesso si confondono, Tokyo Godfathers ha in apparenza uno stile più realistico, soprattutto nella rappresentazione di chi vive ai margini della società. Eppure, c’è qualcosa di magico negli incontri dei protagonisti con le figure del loro passato. Satoshi Kon riesce a scavare nell’animo dei suoi personaggi, che non possiamo non amare. Non mancano, in questa insolita fiaba natalizia , momenti di leggerezza e umorismo.
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