di Martina Cossia Castiglioni
Torna nelle sale italiane, distribuito dalla Cineteca di Bologna e restaurato in 4K da Paramount Picture, uno dei capolavori di Billy Wilder, Viale del tramonto. Uscito nel 1950, il film ha compiuto 75 anni ed è ancora oggi una delle più importanti pellicole americane su Hollywood, le sue luci e le sue ombre. Joe Gillis (William Holden) è uno sceneggiatore in crisi che, braccato dai creditori, arriva per caso nel viale d’accesso della villa abitata da Norma Desmond (Gloria Swanson), un tempo diva del muto, e dal fido maggiordomo (e suo ex marito) Max. La donna vive nel culto del proprio passato, e chiede a Joe di aiutarla nella stesura di un copione che la riporti sulle scene. L’uomo accetta e finisce col farsi mantenere dall’ex attrice, ormai innamorata di lui. Finché qualcosa non cambia.

Tema centrale del film, come ha sottolineato lo stesso Wilder in una delle tante conversazioni con il regista Cameron Crowe (raccolte poi in un libro), è il dramma dell’avvento del sonoro, che ha distrutto la carriera di Norma Desmond e di molte altre star del muto. In questo senso Viale del tramonto è una pellicola molto metacinematografica. Il personaggio di Max è interpretato da Eric von Stroheim, attore e regista austriaco naturalizzato statunitense, che nel 1928 aveva realmente diretto Gloria Swanson in Queen Kelly, film che Norma Desmond proietta sullo schermo privato di casa sua. Nei panni di sé stesso, in Viale del tramonto, compare Cecile B. De Mille, celebre negli anni ‘20 per film di tema biblico come I dieci comandamenti, e per aver diretto più volte Gloria Swanson, tra le sue attrici preferite. (Norma Desmond si presenta negli studios convinta che De Mille possa rilanciarla sul grande schermo). C’è anche un cameo di Buster Keaton (nei panni di un giocatore di bridge), che nonostante la sua genialità non riuscì a reinventarsi con l’avvento del sonoro.


C’è anche, nella pellicola di Billy Wilder, il tema della perdita delle illusioni e della giovinezza. Il titolo originale Sunset Boulevard, infatti, non allude soltanto al nome di una via che attraversa tutta Los Angeles dall’Oceano alle colline di Hollywood, ma diventa simbolo del cammino verso la vecchiaia (e la morte). Nel film tutto è decadente, a cominciare dalla villa. «Una casa abbandonata ha sempre un aspetto triste. Questa superava tutto» dice la voce fuori campo di William Holden. E aggiunge: «Lontana dal resto del mondo, andava in rovina al ralenti». Elementi che alludono alla morte (come il funerale dello scimpanzé di Norma) sono molto presenti, al punto che in Viale del tramonto a narrare la storia è proprio un morto (un’idea assolutamente originale per il cinema di allora): lo stesso Joe, che all’inizio del film è già un cadavere che galleggia nella piscina della villa, e ci racconta cosa è accaduto in un lungo flash back.
Non mancano aneddoti sulla pellicola. Prima di Gloria Swanson il regista aveva pensato a Mae West per il ruolo di Norma, ma sia lei che Mary Pickford rifiutarono. Il personaggio dello scrittore doveva essere interpretato da Montgomery Cliff, che rinuncia pochi giorni prima dell’inizio delle riprese. Wilder trova il nome di Holden negli elenchi della Paramount, e crea con lui una buona intesa, simile a quella che avrà con Jack Lemmon più tardi. Nonostante i toni cupi e drammatici, Viale del tramonto ha anche dei momenti brillanti, grazie soprattutto all’ironia dei dialoghi. Ormai celebre è la battuta della Desmond «Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo», ma anche la polemica con Hollywood: «Gli occhi di tutto il mondo erano stregati da noi, ma non gli bastava, dovevano impadronirsi anche delle orecchie! Allora aprirono le loro boccacce e vomitarono parole, parole, parole […] avevano degli idoli e li hanno frantumati».

Nell’indimenticabile scena finale, la forza del cinema torna a dominare. Norma scende solenne la scalinata mentre Max la riprende (ed Eric von Stroheim torna a dirigerla) e si avvicina sempre più alla telecamera, finché l’immagine va fuori fuoco. Ormai impazzita, perso ogni contatto con la realtà, Norma Desmond è di nuovo la regina del suo film. E la cinepresa continua a girare.
Bibliografia: Cameron Crowe, Conversazioni con Billy Wilder, Adelphi (2002)
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