If i Had legs I’d kick you di Mary Bronstein, 2025

di Lorenza Del Tosto

Eccole: Mary Bronstein, sceneggiatrice e regista, e Rose Byrne, interprete protagonista di If I had legs I would kick you siedono una accanto all’altra nella penombra di uno studio nei sotterranei dell’Auditorium di Roma e approfittano delle pause tra un’intervista e l’altra per conversare animatamente tra loro. Coetanee, non ancora cinquantenni, abitanti di New York , l’americana Mary Bronstein scura, compatta e possente, Rose Byrne australiana, slanciata e, all’apparenza, più eterea. L’intimità tra loro è nata attorno ad un tavolo di cucina dove, dicono, hanno analizzato, sviscerato, indagato ogni aspetto di Linda, la protagonista della storia, il cui volto campeggia sul manifesto del film alle loro spalle. La sofferenza di quel volto contrasta con il brio con cui le due signore accolgono  i giornalisti uomini che arrivano storditi, dopo il viaggio sulle montagne russe in cui il film li ha scaraventati. E li rassicurano, non sono gli unici:
“Sì, gli uomini hanno sempre reazioni incredibili. Promettono di chiamare la loro moglie e la loro madre per scusarsi, non avevano idea che una donna potesse vivere cose simili, dicono.”
Tante le reazioni che il film ha scatenato anche a Berlino dove Rose Byrne ha vinto l’Orso d’argento come migliore interprete protagonista nel ruolo di una donna che va in pezzi in una discesa a rotta di collo negli inferi della maternità.“Tutto nasce da un’esperienza vissuta.” Mary Bronstein non esita ad ammetterlo.

Alcune immagini del film

All’età di 7 anni sua figlia si è ammalata e, per seguire le cure, madre e figlia hanno dovuto trasferirsi da New York in California e hanno trascorso 8 mesi in una piccola stanza d’albergo. Il padre, il marito di Mary, il regista Ronald Bronstein conosciuto sul set del film indipendente Frownland, a causa dei suoi impegni, non ha potuto raggiungerle. E lei, Mary, è caduta in una profonda crisi, con attacchi di panico. “Avevo la sensazione di non esistere più. Devi occuparti di qualcuno che dipende totalmente da te e senti di non essere più in grado di farlo.”
Allo stesso modo Linda, la protagonista del film, deve occuparsi di sua figlia che, affetta da una misteriosa malattia, si alimenta attraverso un sondino gastrico e ha bisogno di frequenti visite in ospedale. Linda non può contare sull’aiuto di suo marito, sempre impegnato e, inoltre, a causa di un’enorme crepa che si è aperta nel soffitto di casa e di ritardi nella riparazione, è costretta a trasferirsi con la piccola in una stanza d’albergo. Per sostenere la tensione Linda, di notte, si procura alcolici, droga, mangia in modo smodato. E il giorno dopo affronta i suoi pazienti. Perché Linda è una psicoanalista e gli altri hanno bisogno del suo aiuto. Tra le sue pazienti c’è Jennifer che, guarda caso, ha problemi anche lei con la maternità. E il supervisore di Linda non sembra poterla capire, anzi riesce solo ad irritarla.

“Non sono arrivata a fare tutto quello che fa Linda, ma di cose strane ne ho fatte quelle notti. Bevevo pessimo vino del frigobar, mi ingozzavo di schifezze. Tutte le emozioni del film sono vere, i fatti no.”

C’è una forza in Mary Bronstein, un desiderio di essere schietta, sfrontata, di mettere la faccia, il bel viso intenso, scuro, appassionato, gli occhi che brillano. Possiamo immaginarla in quella piccola stanza d’albergo con la figlia malata. E un brivido ci corre giù per la schiena, e in quel brivido c’è tanta roba: il ricordo degli anni con le figlie bambine, il ricordo dei racconti che ascoltavamo: madri che, a mezza bocca, riconoscevano di essersi chiuse in bagno per non fare male a nessuno. Dettagli, terrori, paure di non farcela, storie che si condividono in momenti che poi passano, e non si vogliono ricordare. Racconti di donne sorridenti e di momenti molto pericolosi. I tabù della maternità.

“Sono sempre stati gli uomini a raccontare la maternità” Continua Mary Bronstein “ma ora le donne vogliono dare la loro versione dei fatti e magari sfogare la rabbia. Liberarsi dalla vergogna e dalla colpa che ti vengono inculcate da piccola. Se provi vergogna vuol dire che di sicuro hai fatto qualcosa di sbagliato. È una cosa molto profonda: come si riesca ad estirparla non lo so.”
La bella Rose Byrne, al suo fianco, annuisce, placida e sorridente. Così lontana sembra dal suo personaggioe dal suo abisso di inquietudine. Linda è una donna a cui non è facile affezionarsi, una donna che stanca, un po’ come ci stanchiamo l’una con l’altra tra amiche quando entriamo in un loop di ansia, di autodistruzione e sembra che nulla potrà fermarci. Come riusciamo ad essere meravigliose e terribilmente stancanti, a volte, noi donne. E gli uomini, come gli eccentrici personaggi maschili del film, anche se fanno le cose strampalate, o non ci danno l’aiuto necessario, sembrano così solidi. Così in controllo. Anche quando sono incredibilmente impauriti da quello che vivono le donne, come i giornalisti oggi.
“Rose, come ha lavorato per creare questo personaggio straordinario, che ci risucchia nel suo vortice?”
La bella Rose si schernisce.
“Non ci sono ricette. Le chiacchierate in cucina, tra noi, hanno aiutato tantissimo. Chi era Linda prima della malattia della figlia? E prima di avere una figlia? E da bambina Linda come era? Alla fine il personaggio diventa un amico che conosci bene e di cui puoi prevedere ogni mossa. Il resto lo ha fatto la macchina da presa che mi si è incollata addosso. Il primo giorno è stata dura. Mi stava così vicino…” Ridono tra loro. “che sentivo scorrere la pellicola. Trattenevo il fiato. Con la macchina da presa a quella distanza anche un battito di ciglia è importante. E Mary continuava a dire più vicino…
“Sì, più vicino, più vicino… ” Mary Bronstein ride e vibra di entusiasmo, al ricordo di quell’assalto. “Se avessi potuto le sarei arrivata fin dentro la pupilla…Volevo che la realtà dello spettatore fosse il vissuto interiore di Linda. Noi non guardiamo il suo dolore. Lo viviamo. Entriamo nella sua testa, nei suoi pensieri. Viviamo lo stress di fronte ad una società che costantemente giudica. Tutti si sentono in diritto di giudicare una madre. Tutti credono di poter fare un lavoro migliore. Tuo figlio ha un problema e tu, come madre, devi saperlo risolvere. Se non ci riesci, sei una nullità. Vivi oscillando tra due estremi: la madre riverita su un piedistallo e la donna trattata come un’idiota che non riesce a rispettare il piano di cura della figlia.”
Nel film, il piano di cura è implacabile. Non è dato sapere da quanto tempo vada avanti e quando finirà. Per Linda il tempo è un mistero, un susseguirsi infinito di ostacoli e scadenze, di fronte ai quali si sente impotente, pervasa da un vuoto di cui la voragine aperta nel soffitto è metafora forse fin troppo evidente. E tante altre sono le metafore del film.
“L’acqua e il cibo sono due elementi fortemente legati al femminile. Il sondino  è chiara metafora del cordone ombelicale ancora non reciso. E poi c’è l’oceano, da cui Linda è attratta e a cui torna e ritorna.” L’oceano di Montauk a Long Island dove Linda e la figli alloggiano  “Legato al moto delle maree e delle onde. Pensavo a Virginia Wolf. L’oceano diventa un personaggio, è la forza che dice a Linda: fermati. Linda cerca costantemente di fuggire: con le droghe, con l’alcol, con il cibo. Nella scena in cui Linda è finalmente da sola nel suo salotto, lei che è sempre con le cuffiette alle orecchie e con il baby monitor appresso, può finalmente godersi il silenzio e invece ecco che subito si fa una canna e accende la televisione. Incapace di stare con se stessa.”
“Una madre così è un personaggio molto faticoso da sostenere.”
“Certo” Riprende Rose. “Linda cammina sulla corda tesa. Ho cercato di entrare nella sua prospettiva, senza giudicarla. Sono il suo avvocato difensore. Non amiamo forse Tony Soprano che è mafioso, tradisce la moglie e fa cose tremende?” Sorride maliziosa. “Non amiamo forse Travis Bickle di Taxi driver nonostante quello che fa  …certo è più difficile per una donna…ci sono altri standard. Ma se il testo e l’attore fanno un buon lavoro lo spettatore capisce e ama. Nella sceneggiatura di Mary le pagine hanno il fuoco: c’è tanta libertà.  C’è horror, c’è metafisica. Ci sono immagini potentissime…”
“Scrivere la sceneggiatura è stata un’esperienza incredibile. Nessuno sapeva che stavo scrivendo.” Mary Bronstein si emoziona al ricordo. “Mi sentivo assolutamente libera di esplorare fin dove volevo. Non c’era nessuno a guardarmi da sopra la spalla. Potevo assecondare le emozioni del corpo e della mente e trasporle sulla pagina. È stato molto terapeutico: ho potuto dire cose che non avrei osato dire neanche a mio marito, o al mio terapeuta o ad un amico. Ho messo le mie emozioni in un personaggio che diventa una sorta di avatar emotivo. Non sono io ma un fantasma che vive i miei desideri, senza subirne le conseguenze.” Non c’è forse miglior definizione della magia della scrittura?
“Quanto ho riso da sola mentre scrivevo la scena del criceto. Un animaletto da amare, da coccolare che invece impazzisce di claustrofobia. Quella scena è metafora di tutto il film.”
Una sensazione di claustrofobia che pervade tutto il film, esasperata dalla voce incalzante della bambina che non vediamo mai. Una scelta molto forte, efficace, disturbante.
“Linda non riesce a vedere la bimba come fonte di gioia. Lei non vede sua figlia. La sente solo come un peso. E lo stesso succede allo spettatore e poi Linda fa cose pericolose e se avessimo visto la bambina tutta la nostra simpatia e la nostra empatia sarebbero state per lei e invece volevo che restassero sempre sulla madre. Non tutto è incubo ovviamente nella maternità. Solo delle piccole parti. C’è molta gioia nella maternità. Una gioia enorme. Ma è una gioia che vedi in tanti altri film.” Sorride Mary con una stretta di spalle.
Comunque è un incubo dove lo spettatore si trova spesso a ridere.
“Anche noi durante le riprese ci siamo divertite un mondo.” Dicono all’unisono. Ed è un’allegria, un tocco leggero che è rimasto tra queste due signore in viaggio a Roma.   
“Ho scritto dosando disperazione e ironia, con un calcolo matematico. Il film è un ingranaggio con le sue regole. Se ti addentri in zone troppo oscure senza che ci sia uno sfogo, l’ingranaggio esplode. Se spingi troppo sul pedale della comicità, tradisci lo spirito della storia. La vita è sempre comica e tragica.”
Guardando Mary Bronstein e avvertendo la sua enorme energia viene spontaneo chiedersi cosa avrà fatto in questi 17 anni, dall’epoca del suo ultimo, nonché primo film Yeast girato a costo zero e considerato uno dei migliori film mumblecore? Quanta vita avrà vissuto?
Quando qualcuno timidamente glielo chiede, lei non si sottrae.
“Questi 17 anni ho vissuto, ho avuto una figlia, non ho mai smesso di scrivere. Volevo avere qualcosa da dire. E sono felice di aver vissuto a fondo per poterci arrivare.”
E ora che rimane da sola con l’ultimo giornalista, Rose ha dovuto allontanarsi, l’intervista diventa una sorta di confidenza, nella penombra dello studio la sua espressione non è più sfacciata, forse è solo stanca. Spiega cosa c’è dietro il titolo insolito.
“A 18 anni ho sentito questa frase If I had legs I would kick you e non l’ho mai dimenticata. Non capivo perché mi tornasse spesso in mente e ora ho capito che era il titolo del  film che mi aspettava. C’è un detto in America: non hai neanche una gamba su cui reggerti, vuol dire non avere un appiglio, nessuna credibilità. A Linda hanno tolto entrambe le gambe ma, allo stesso tempo, se le avesse le userebbe per scalciare, per aggredire, per vendicarsi.”
Il giornalista l’ascolta attento. Anche lui ha una madre con cui vuole scusarsi, ammette, non pensava che la questione maternità potesse essere così difficile. 
“È un tabù di cui nessuno parla. Ora in America la gente mi viene a parlare. Nella cultura americana la madre è perfetta, sempre presente e disponibile. Sacra e sacrificata. Il momento prima di partorire sei una persona e il momento dopo diventi colei che può risolvere ogni cosa. È l’immagine che hai da bambina, poi cresci e capisci che quella era una fantasia degli uomini. Il segreto è che le madri non sono perfette, ma si possono amare lo stesso. Dove è il confine tra la cura dell’altro e l’annientamento di sé? Succede anche nell’amicizia, nelle relazioni amorose…” Il giornalista ascolta e ora Mary Bronstain sembra seguire un filo nascosto, vedere qualcosa nella penombra.  
“Io sono cresciuta con una madre che faceva tutto per gli altri, era la classica madre martire. Ne era felice. Ma io credo che dentro di lei sapesse. Credo che tutte, nel segreto, dentro di loro sappiano che non è così.”  
Mary tace come se il volto di sua madre le fosse apparso davanti e lei potesse finalmente chiederglielo, con franchezza. Rivede le infinite espressioni sul volto della madre che, da bambina, si è limitata a registrare, ma che adesso rivelano molto altro. Si guardano: la madre martire e la figlia, che non è riuscita a sostenere il martirio, dopo otto mesi in ospedale. E qualcosa devono dirsi, c’è un momento di complicità tra loro, perché adesso Mary Bronstein sorride.
In fondo “ Dice “il film si chiude su un nota di speranza. Linda proverà a fare di meglio.”
Madri e figlie, e le donne tutte, proveranno di sicuro a fare di meglio, ora che possono svelare il loro segreto, magari anche gridarlo, ora che non saranno mai più lasciate da sole.

Informazioni su Lorenza Del Tosto 34 Articoli
Lorenza Del Tosto Vive a Roma con le sue figlie e il gatto Leo. Interprete di Conferenza free lance. Tra le sue passioni: le serate di chiacchiere con gli amici, il cinema, la letteratura e l’Aikido. Ha una rubrica Lost in Translation con ritratti di attori e registi per cui lavora. Ha vinto un’edizione del Premio Loria per racconti inediti ed è arrivata finalista in altri concorsi letterari.

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