Put your soul on your hand and walk di Sepideh Farsi

di Giulia Pugliese

“Mi piacerebbe muovermi e viaggiare, ma poi tornerei sempre a Gaza. Noi non abbiamo altro che questa terra”
Fatem ha 24 anni, le piace scattare foto, vorrebbe fare la fotoreporter, ha inciso delle canzoni con la sua chitarra, che poi ha dovuto vendere per comprare il suo computer, sogna di viaggiare per il mondo e ha il sorriso pieno che hanno le persone giovani. Fatem è una normale ventiquattrenne, anormale è quello che sta succedendo intorno a lei, perché la ragazza vive a Gaza.
Il film che racconta le 200 ore di conversazione video-telefonica tra la regista Sepideh Farsi e l’aspirante fotoreporter Fateh Hossouma, colpisce il sorriso sempre presente della ragazza e la volontà di essere testimone di quello che le succede intorno a lei. Girando con la sua fotocamera, la ragazza ci regala le poche immagini che riusciamo ad avere di quella guerra e anche attraverso le videochiamate riesce a farci vedere i bombardamenti e la distruzione. Nel film centrale è però la giovane donna, che incarna in qualche modo la forza del popolo palestinese e la volontà di combattere per quei territori. Spesso Fatem è stanca e affamata, dice che vorrebbe mangiare pollo e cioccolata, ma se la connessione internet c’è è sempre pronta a raccontare a Sepideh Farsi cosa sta succedendo e a dare la sua opinione. Nell’opera emerge forte la necessità di questa generazione di palestinesi di riuscire a superare le barriere e l’isolamento per raccontare la loro storia in prima persona.


Dall’altro canto anche Sepideh Farsi ha una storia da raccontare: esule iraniana in Francia, è stata lungamente in carcere. Emerge una certa sorellanza tra due donne di diverse generazioni che però hanno una storia univoca legata all’esperienza quotidiana del regime. Nonostante la drammaticità delle loro conversazioni, c’è anche spazio per discussioni normali: Fatem parla alla regista di un film citandolo, mentre Sepideh consiglia alla ragazza il libro di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé. Alla fine il film è anche un grande confronto generazionale di donne mediorientali che si oppongono alla brutalità dei regimi attraverso l’arte.
Le due donne si confrontano e confortano vicendevolmente, si raccontano che forse un giorno si incontreranno; la regista vorrebbe fare di più, ma come tutti noi è impossibilitata a incidere su quello che il popolo palestinese sta vivendo. La volontà del film è comunque raccontare l’assedio israeliano a Gaza, ma anche smuovere dall’immobilismo l’opinione pubblica occidentale.
Mai come nella guerra iniziata il 7 ottobre 2023 c’è il proposito di mettere al centro la voce palestinese, dei giovani e dei giovanissimi. Con questo prodotto, The Voice of Hind Rajab e No Other Land, si sta costruendo un altro modo di comunicare una guerra attraverso gli occhi di chi la vive in prima persona, e con questo si creano film supportati dagli audio, dai telefoni e da nuove tecnologie, che danno un’immagine diversa da come la guerra era stata raccontata al cinema. Pochi sono i film di finzione sull’attuale invasione di Gaza, per esempio Tutto quello che resta di te, tutti sono basati sul dare una prospettiva storica, ma se si deve raccontare il presente e quello che sta succedendo ora, lo si fa con gli occhi e la voce palestinese. Questo aspetto così potente sta incidendo anche sul linguaggio cinematografico del racconto della guerra.

Il film, più che interrogarsi sul presente, mettendo al centro una giovane ragazza piena di talento e speranza, s’interroga sul futuro di Gaza e sul futuro di una generazione promettente, schiacciata dalla storia. Se la repressione israeliana non fosse così terribile e crudele, Fatem Hossouma avrebbe potuto diventare come Sepideh Farsi: viaggiare, parlare di quello che sta succedendo nei territori palestinesi e presentare lei stessa le sue foto al mondo.
Sostanzialmente, al popolo palestinese resta la scelta di essere esuli o di morire, nessun’altra possibilità, un po’ come la generazione d’iraniani di Sepideh Farsi. La storia si ripete in un’area geografica che non sembra trovare pace.
Put your soul on your hand and walk ha una messa in scena casalinga, quasi un desktop movie: videochiamate, telegiornali, foto e video di Fatem. Ma l’intento è raccontare una storia che va oltre Fatem e la regista, una storia che riguarda tutti noi e che vuole smuovere le coscienze.

Informazioni su Giulia Pugliese 64 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023

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