di Martina Cossia Castiglioni
Felice ha 13 anni ed è una giovane promessa del tennis. Il padre Pietro, che lo allena con costanza e rigore, lo iscrive a prezzo di grandi sacrifici (un doppio lavoro) ai tornei nazionali, affiancandogli un ex campione, Raul Gatti. L’allenatore e il ragazzo, in un’estate della fine degli anni Ottanta, percorrono la costa per partecipare alle varie tappe della competizione. Sulle spalle di Felice pesano le aspettative del padre, su Raul il suo disturbo bipolare; gli esercizi e gli schemi di gioco ripetitivi scelti da Pietro per il figlio (e che riempiono due quaderni), contrastano col desiderio di uscire dai binari dell’allenatore e dal suo invito al ragazzo a non rimanere a fondo campo ma ad attaccare. Eppure, nonostante i conflitti iniziali, il rapporto tra i due a poco a poco si approfondisce, e muta in affetto.


Il Maestro, il nuovo lavoro di Andrea Di Stefano (che torna al cinema a due anni dal bel noir L’ultima notte di amore) è una storia di formazione e anche una pellicola on the road (e, naturalmente, sul tennis) che mescola commedia e dramma. Presentato fuori concorso a Venezia 2025, scritto dal regista con la sceneggiatrice Ludovica Rampoldi, Il Maestro non è un film perfetto. Alcuni passaggi sono abbastanza prevedibili e non sempre l’equilibrio tra comico e drammatico si mantiene, forse per il desiderio di trattare molti temi forti insieme (la malattia mentale, la fuga di fronte alla paternità, le occasioni mancate). Nonostante questo, la pellicola funziona, perché non cede mai alle trappole della retorica, e grazie all’interpretazione dei due protagonisti. Pierfrancesco Favino è davvero molto bravo nel rappresentare la piacioneria da ex seduttore, gli sbalzi d’umore e la sofferenza del suo Raul Gatti, e il giovane Tiziano Menichelli è credibile nel ruolo di Felice, diviso tra la volontà di assecondare le ambizioni paterne e il desiderio di una maggiore libertà.
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