di Martina Cossia Castiglioni
Il 1960 è un anno importante nella storia del cinema. Escono pellicole come Psycho di Alfred Hitchcock, La Dolce Vita di Federico Fellini e Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, e con loro un nuovo modo di fare cinema, che infrange le regole classiche della narrazione filmica. Nello stesso anno, in Gran Bretagna, arriva nelle sale L’occhio che uccide di Michael Powell, regista inglese noto soprattutto per la sua collaborazione, negli anni ‘40 e ‘50, con lo sceneggiatore ungherese Emeric Pressburger. Insieme fondano una loro casa di produzione – The Archers – e firmano capolavori come Narciso Nero (1947), Scarpette rosse (1948) e I racconti di Hoffmann (1951). Nate nel solco del cinema classico, le loro pellicole sono in realtà profondamente visionarie e innovative: per l’uso dei colori, per l’importanza data alla scenografia e alla musica e l’interesse per la psicologia dei personaggi. Le loro strade si dividono nel 1957.

Quando esce L’occhio che uccide (la sceneggiatura è di Leo Marks), la critica lo accoglie molto negativamente, e per Powell è un flop che rischia di affossare la sua carriera. Il film viene rivalutato negli anni Settanta da registi come Martin Scorsese, che lo ricorda come un’opera leggendaria per gli studenti delle scuole di cinema, dove circolava in bianco e nero. Oggi Peeping Tom – titolo originale che in gergo significa guardone, spione – è diventato un cult ed è stato riproposto recentemente nelle sale in una versione restaurata in 4K, a cura della Cineteca di Bologna.

L’occhio che uccide si presenta come un film sullo sguardo (e sul voyeurismo), sin dalle sequenze iniziali. In primissimo piano c’è un occhio chiuso che all’improvviso si spalanca, poi vediamo il protagonista di spalle, che aziona la telecamera e comincia a girare. Lo seguiamo poi in soggettiva mentre riprende una prostituta, che diventerà la sua vittima. Una sorta di doppio sguardo – l’occhio dell’uomo che sta riprendendo e l’obiettivo della cinepresa – o anche la telecamera come prolungamento dell’occhio umano. E come arma. Mark Lewis (Carl Böhm), il protagonista, è un serial killer che uccide le donne che riprende, traendo piacere dall’osservazione della loro paura. Non solo, con uno specchio le costringe a guardare il loro stesso terrore, prima di morire. L’origine della sua follia è nei maltrattamenti subiti dal padre (nel ruolo lo stesso Michael Powell, che si vede sfuocato in un’unica scena), uno scienziato che lo usava come cavia per i suoi studi sulle reazioni del sistema nervoso alla paura, riprendendolo costantemente. Mark in apparenza è timido e mite, e la sua vicina Helen (Anna Massey) è attratta dal suo lato gentile.


Paradossalmente, in una pellicola tutta giocata sullo sguardo, l’unica persona a intuire sin dal principio che c’è qualcosa di malsano nelle azioni dell’uomo (che ogni sera riproietta ossessivamente le immagini delle sue vittime) è la madre di Helen (Maxine Audley), rimasta cieca per un intervento non riuscito.
L’occhio che uccide è anche un film metacinematografico che mostra, come osserva Scorsese, che il cinema può diventare follia e inghiottirti. Mark è incapace di vivere senza la sua cinepresa, di resistere al bisogno di riprendere tutto quello che gli accade intorno. Quando lui ed Helen escono a cena, la ragazza lo obbliga a lasciare a casa la telecamera, e solo senza di essa l’uomo riesce a resistere all’impulso di uccidere e a essere quasi sereno. «Non la punterò mai su di te» dice a Helen «Tutto quello che riprendo è perduto». Sempre Martin Scorsese ha parlato di Peeping Tom come di «un horror senza sangue». In effetti nella pellicola la violenza fisica non è mai insistita, a malapena vediamo i cadaveri delle vittime di Mark, e anche il momento esatto della morte non avviene davanti ai nostri occhi. È la tensione psicologica a catturare lo spettatore. Come nelle pellicole firmate con Pressburger, anche qui domina il colore rosso, e più in generale i colori accesi, che creano talvolta un’atmosfera irreale. L’occhio che uccide conserva ancora la sua potenza, e rimane una delle pietre miliari della storia del cinema moderno.
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