Una favola d’amore, morte e cinema
di Giulia Pugliese
L’opera prima di Virgilio Villoresi è una novità per il panorama cinematografico italiano, più simile a un’opera di Michel Gondry e più vicina all’animazione che al cinema di finzione: un modo di pensare il cinema quasi inedito in Italia.
In Orfeo ogni cosa trasuda cinema ed emozioni, ogni scena è pensata e costruita; per costruita s’intende proprio fabbricata. Il film è stato girato con diversi tipi di tecniche di animazione, per lo più stop motion, ma gli oggetti, le scenografie e gli effetti speciali sono stati realizzati in maniera analogica. È un grande ritorno al passato, tra costruzioni d’immaginari anni ’20, il suono, il parlato ridoppiato alla fine e i riferimenti al cinema di Jean Cocteau: tutto ci porta alla costruzione di un cinema antico e artigianale. L’opera però non è solo un tributo all’arte cinematografica di una volta, ma, nelle intenzioni, nelle emozioni che provoca allo spettatore e nella volontà del film, trasuda senso di fanciullezza, desiderio di giocare con gli elementi e di sperimentare con l’immagine cinematografica.

Il film, tratto da Poema a fumetti di Dino Buzzati, entra nel mondo dello scrittore bellunese riprendendo alcuni dei suoi disegni, come la Milano dechirichiana con gli archi e la scena della casa infestata. Era difficile tributare un artista così a tutto tondo: il timore era che il film fosse una pedissequa copia del fumetto, riprendendone gli sketch. Invece Villoresi ha trovato un modo personale di mettere in scena l’opera. Ci è riuscito perché è un grande artigiano del cinema, grazie alla sua carriera di video-artista, di regista di videoclip e spot e al suo grande cuore cinefilo, che passa da Cocteau all’animazione polacca e cecoslovacca degli anni ’50, da David Lynch a Tim Burton, Maya Deren e Federico Fellini. Non è però un semplice gioco citazionista, ma una ricerca visiva sul cinema e un modo di riviverlo.
La storia è quella di Orfeo ed Euridice, che Dino Buzzati ha riscritto a fumetti: Orfeo, che nel fumetto si chiama Orfy ed è un chitarrista, è invece nel film un pianista, mentre Eura è una ballerina di danza classica.
Il fumetto è del 1969 e tratta il tema del lutto e della perdita; al centro c’è una grande storia d’amore che viene raccontata da secoli e non smette mai di commuoverci. Il regista, per renderla più attuale, lavora sulle ossessioni moderne: l’inferno diventa una Milano rosso sangue, persone che per ricordare devono guardare in piccoli schermi e paesaggi usciti dai quadri di De Chirico e Dalí. Orfeo emana un’immagine vintage e surrealista, ma è un film che parla di ossessioni moderne. Al centro c’è l’amore tra i due protagonisti, attori in carne e ossa, che si muovono in un mondo di fantasia che all’inizio ha difficoltà a essere bilanciato, ma poi trova la sua quadra.
Orfeo è anche un’opera psicoanalitica su un personaggio alla ricerca del suo amore perduto, anche attraverso il sogno, e su una ragazza con un segreto nascosto dentro di sé: entrambi artisti ed entrambi incapaci di comunicare la loro sofferenza, persi in un amore felice che però nasconde delle ombre, come la scena del Cha-Cha-Cha che riprende, tributa il libro Un amore di Dino Buzzati e allo stesso tempo Piero Piccioni, grande compositore italiano.

Orfeo è un’opera diversa nel panorama italiano, dove la diversità sta emergendo con Le città di pianura, Il rapimento di Arabella, Agon e Diciannove: un film in cui l’artigianità è la sua forza, dove vecchio e nuovo concetto intellettuale di cinema s’intrecciano insieme a una forte passione per la sperimentazione.
All’inizio il film non riesce a trovare il giusto ritmo: lo spettatore è preso da troppe domande, dal capire e dall’entrare nel mondo di Villoresi, ma nel viaggio all’inferno il film trova la sua forza comunicativa e poetica.
Un’ottima opera prima, fresca, pensata ed elaborata, che più che un esordio suona come il coronamento di una carriera, di un grande artista visivo come Virgilio Villoresi, ma anche come la creazione di manifesto di un cinema che guarda al passato per parlarci del futuro della settima arte e di un intento politico che passa per la ricerca del bello e dell’unicità.
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