Béla Tarr: il regista che non credeva nelle immagini, ma nel suo cinema eterno

di Giulia Pugliese

Oltre il tempo, oltre lo spazio e persino oltre il cinema. Béla Tarr, l’uomo che ha piegato tutto questo per creare la sua arte. Il suo personalissimo modo di fare cinema, così inconfondibile e unico, la sicurezza della sua visione così moderna ma, al contempo, così antica, così complessa e allo stesso tempo così primitiva, fatta di corpi, di riflessioni filosofiche ed esistenziali, di paesaggi spogli e di vuoti che prendono connotazioni dell’essere. La vita è irrimediabilmente qualcosa di penoso, l’uomo è crudele, anche quando ha le più nobili intenzioni.

Il tempo nei film di Béla Tarr non esiste: i lunghissimi piani sequenza, prima che diventassero di moda, e con la ricerca di una formalità chiara che rimanda ad Andrei Tarkovskij. Lui che era riuscito a portare alla Berlinale un film di 7 ore e 20 minuti, vincendo anche il Premio Caligari. Il tempo per Béla Tarr è spesso un ciclo nicciano, in cui i suoi protagonisti, da Perdizione a Il cavallo di Torino, vivono una quotidianità banale, piccola e finibile, ma anche quando i suoi personaggi arrivano alla fine della loro esistenza non trovano pace. Il suo è un cinema fortemente pessimista, contrapposto a una persona che invece nutriva tanta speranza verso le nuove generazioni, tanto da fondare un’accademia di cinema a Sarajevo, dove hanno studiato Hu Bo, il regista di An Elephant Sitting Still, e Valdimar Jóhannsson, regista di Lamb. Stridente il contrasto tra l’uomo sempre disponibile, generoso, allegro e pronto a raccontare le sue opere, e i suoi film, con una visione così pessimista dell’umanità e del mondo.

Ho iniziato a fare cinema a 16 anni perché il mondo non mi piaceva, pensavo che se fossi diventato abbastanza bravo, la mia telecamera avrebbe cambiato il mondo”. Ungherese per nascita, ma cittadino del mondo per vocazione, le sue opere universali e capaci di scuotere tutta l’umanità gli permisero di criticare e schierarsi contro il comunismo con cui era cresciuto; spesso diceva che il comunismo sovietico era come il feudalesimo, ma anche contro l’Occidente, l’Unione Europea e i nazionalismi che hanno invaso l’Ungheria.
Parlando con Enrico Ghezzi, di cui era amico, durante una puntata di Fuori Orario, disse: “Quando faccio un film non parlo mai di filosofia, di letteratura o di arte, parlo sempre di situazioni concrete e della vita. Il cinema è una forma d’arte stupida e primitiva perché tu puoi riprendere solo quello che effettivamente esiste nella realtà. Il cinema è più emotivo della filosofia, che è più intellettuale”. Nella stessa intervista, parlando dell’attacco alle Torri Gemelle del 2001, bacchettava Enrico Ghezzi che continuava a usare la parola “immagine”: “Non sono immagini, questa parola è usata da grandi aziende come Benetton e Autogrill. Questa è la vita delle persone. Immagine, per me, è una parola che ha a che fare con la pubblicità e con il business”.

Béla Tarr però riesce a essere oltre le sue parole con le sue opere: Prologue del 2004 è un cortometraggio contenuto in Visions of Europe, un’opera corale che includeva cortometraggi di registi dai 25 paesi europei per creare un dibattito sull’Europa e sul futuro di questa. Béla Tarr fa qualcosa che è semplice e allo stesso tempo chiaro e forte: riprende, con una carrellata in avanti, una fila di persone in attesa di un pasto caldo a Budapest, in bianco e nero e con una musica minimale di György Kovács. Non si limita a riprendere questa orda di gente, ma nei titoli finali ne scrive tutti i nomi.

La sua prima opera, Nido familiare del 1979, portava già tutti gli elementi del suo cinema: scardinare la realtà per analizzare quello che è veramente, il bianco e nero e attori non professionisti. Nido familiare diventa una critica verso la società ungherese: la famiglia è una costrizione, un appesantimento e qualcosa da cui non possiamo scappare. Con Outsider del 1981 si delinea l’amore per i personaggi emarginati, al limite, e Béla Tarr abbraccia le tematiche esistenziali, l’eterno ritorno nicciano che sarà centrale ne Il cavallo di Torino e l’impossibilità umana del cambiamento.
L’indagine della coppia in Rapporti prefabbricati del 1982 non differisce tanto da quello che ha sempre detto sull’uomo: anche qui la famiglia è ben lontana dall’essere il luogo dell’amore, la noia e la routine attanagliano questa coppia fino alla nevrosi. Almanacco d’autunno è un film corale che segna la fine dell’illusione della società comunista ungherese; il colore desaturato del film diventa metafora del senso dell’opera e comincia a vedersi il crearsi del linguaggio tarriano: inquadrature dal basso, dissonanza della musica e piani sequenza.

Perdizione del 1987, con la sua pioggia insensata e i suoi cani, risulta un tributo al grande maestro del regista ungherese, Andrei Tarkovskij. Sicuramente le sue opere più importanti sono Satantango (1994), Le armonie di Werckmeister (2000) e Il cavallo di Torino (2011). Satantango, opera torrenziale di 7 ore, che mette al centro una comune di contadini, diventa una critica al comunismo ma anche alle religioni,  la natura umana viene nuovamente vivisezionata e guardata al microscopio. Satantango rappresenta un altro modo che il regista trova per piegare il tempo e allo stesso tempo rendere la messa in scena più naturale possibile. Siamo nel passato, nel presente o nel futuro? Non lo sappiamo. Un racconto circolare, una fine dell’umanità senza un climax, dove vengono compiute atrocità, come succederà anche con Le armonie di Werckmeister e Il cavallo di Torino.

In Le armonie di Werckmeister, Béla Tarr mette in scena un sistema solare umano, una scena memorabile, dove si presagisce ciò che succederà. In un mondo dominato dalle credenze. Valuska, il protagonista, è un uomo che mette al centro il sapere scientifico e la razionalità, eppure, quando nel paese arriva l’enorme cetaceo, anche lui ne rimane affascinato. Il regista disegna un’apocalisse silenziosa e inesorabile: anche se l’umanità potrebbe ancora arrendersi alla bellezza, rimane invece solo un senso di nonsenso e smarrimento.
Béla Tarr dice di non fare filosofia, ma con Il cavallo di Torino tributa uno dei principali filosofi del ’900, Friedrich Nietzsche. È il cavallo di Torino, proprio quello con cui parlava il filosofo, ed è la messa in scena dell’eterno ritorno nicciano. La musica, i lunghi piani sequenza, la mancanza di un senso, la sopravvivenza e un inesorabile cadere nell’oblio: questi sono gli elementi che compongono il film. Il mondo si spegne e con quella scena, Béla Tarr lascia il cinema.

Nella carriera del regista ci sono alcune incursioni nelle opere letterarie di Georges Simenon, L’uomo di Londra, e di William Shakespeare con l’opera sperimentale Macbeth per la televisione ungherese. Negli anni in cui ha abbandonato il cinema si è occupato di arte visiva, con opere come Till the End of the World nel 2017 esposta all’Eye Filmmuseum di Amsterdam e Missing People nel 2019, che ha coinvolto 250 senzatetto viennesi.

Ora che ci siamo svegliati nel 2026, senza Béla Tarr e con un mondo che non capiamo, le sue opere suonano alquanto profetiche e sempre più vere. Lui stesso diceva che con il suo cinema voleva scardinare quello che veniva fatto fino ad allora e che voleva tirarci dei pugni in faccia. Béla Tarr ci ha insegnato che attraverso l’arte non si può ridisegnare il mondo, perché il cinema proietta il reale, ma possiamo innamorarci di un mondo brutto, creando una nostra arte.

Informazioni su Giulia Pugliese 67 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023

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