Sirāt: Save the Last Dance

di Giulia Pugliese

“Non sai mai quando emetterà il suo ultimo suono”

Sirāt è un film che incanta per la sua messa in scena e per il suo messaggio diretto. Il deserto, che è la cornice, ed è anche un personaggio del film, onnipresente e parte naturale dell’opera. Erroneamente, le persone pensano che il deserto sia un ecosistema morto, ma invece è vivo e pulsante come una foresta o un qualsiasi altro ambiente. Il deserto è il luogo in cui Gesù viene condotto da Dio per essere tentato dal Diavolo, dopo un lungo digiuno e calvario.
Oliver Laxe crede che il cinema sia soprattutto immagine e si unisce a quella folta schiera di registi nati negli anni ’80, che rivisitano il cinema per raccontare il mondo moderno attraverso le immagini più che attraverso le storie. Più che ai contenuti (che comunque nel film ci sono, così come le figure metaforiche), sono interessati a creare un cinema d’impatto, a riscoprire la grandezza della settima arte attraverso le enormi potenzialità della fotografia moderna e del suono: il suo uso è sempre più potente, diegetico, viene messo in scena per creare emozioni che uniscono i personaggi in scena e lo spettatore. Infatti, non si può che elogiare l’uso del suono nel film.

Il mondo di Sirāt è un mondo dove le lingue (nel film si parla spagnolo, francese, inglese ed arabo), i corpi e le intenzioni si intrecciano per il bisogno di vivere in un mondo più umano e più libero. I protagonisti, un gruppo di brutti, sporchi e buoni, perché mettono al primo posto i bisogni della loro famiglia non tradizionale, senza però togliere niente a nessuno, aiuteranno un padre con un bambino nella ricerca dell’altra figlia.
Il film inizia con un rave nel deserto marocchino, che risulta realistico, specie per l’ottimo lavoro fatto sul cast con gli attori non professionisti, ma capiamo subito che nel mondo è successo qualcosa che non è la nostra realtà. Questa cultura dei rave, che non è solo prendere droghe e ballare, ma che denota fratellanza tra le persone e un certo stile di vita che rimanda agli anni ’70, al nomadismo e al vivere senza confini, fregandosene del lavoro, delle tasse e delle convenzioni sociali, per questo così osteggiata dalla destra, è destinata a sparire, perché concetti come comunità e accoglienza non esistono più. Allora è necessario correre al prossimo rave, anche se è difficile da raggiungere, per scappare da un’Europa in guerra, per purificarsi dal male, che però è sempre dietro l’angolo.
Quello di Sirāt, lo capiamo dalla sontuosità della messa in scena, è molto più di un viaggio verso un luogo di speranza: è una sorta di prova e di calvario. Bisogna perdere tutto per sentirsi vivi ed entrare in contatto con il divino?

Più che la morale o l’intenzione del film, quello che lo rende così affascinante è la fotografia di un deserto fatto di gole, di muri di casse, dove la musica si propaga e questa musica, ipnotica, pressante ed impossibile da non ballare, diventa la litania di questo pellegrinaggio verso il nulla.
L’opera è altamente spirituale ed è una spiritualità legata alle religioni orientali, al misticismo, a una fede cieca in qualcosa che non si può capire e che non si può vedere. In una scena del film, un gruppo di raver balla attaccato al muro di casse; poco dopo, vediamo su una televisione i pellegrini alla Mecca che si accalcano contro la Pietra Nera: è un parallelismo che richiama alla giungla, al primo uomo e alla necessità dell’uomo di andare oltre la vita terrena, ma che contiene anche una vena provocatoria.
La complessità di Sirāt è parlare di atti di fede in un mondo dilaniato; il suo limite, se di limite si vuole parlare, è quello di credere troppo alle immagini e poco nell’umanità eversiva che viene rappresentata, attaccandola crudelmente. Il messaggio risulta flebile rispetto alla grandezza della messa in scena, che rimane la cosa migliore del film, specie poi se si ha in scena un grande attore come Sergi López, in una parte dolorosa e di collante tra il mondo della spiritualità e dei rave.

Oliver Laxe ci chiede un atto di fede, ma c’è più fede nei corpi che ballano che nelle immagini.

Informazioni su Giulia Pugliese 69 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023

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