“Cosa c’è di male a far ridere le persone? In un periodo come questo”
Il paese dove nasci decide che tipo di artista sei; in Iran il governo decide cosa gli artisti dicono e cosa mostrano. Non riuscendoci, perché spesso questi film escono dal Paese e trovano distribuzione all’estero, punisce gli artisti non dandogli la possibilità di creare e quando questo non riesce gli toglie proprio la libertà. Punire la creatività non è meno agghiacciante che dire alle donne come si devono vestire, vietare le manifestazioni o dire che essere proprietari di cani è contro il Corano. Il dramma di Bahram, impossibilitato a proiettare il suo film nella terra dove lavora, lo logora anche perché il suo non riconoscimento non è collegato al merito e alle sue capacità, ma è semplicemente legato alla sua volontà di essere libero. Bahram e Sadaf girano sulla vespa rosa di lei per tutta Teheran, alla ricerca della possibilità di uscire da questo purgatorio distributivo, e potrebbero sembrare una coppia di qualsiasi paese e potrebbero sembrare liberi. Ormai anche l’Iran è Occidente: la gente si droga di nascosto, si fanno manifestazioni ambientaliste e si può respirare un po’ di libertà, ma il guinzaglio è sempre tenuto corto dal governo autoritario, che vuole farti sapere che ti sorveglia, chiamandoti, convocandoti e facendoti capire che sa tutto.
Il cinema, in questo film ce n’è tanto, diventa il luogo dove rifugiarsi; la sala di proiezione diventa il sogno irrealizzabile. Mostrare il proprio film a chi può capirlo davvero, a chi condivide la tua realtà, non solo a un Occidente che può empatizzare, ma non può comprendere veramente. In Divine Comedy, il cinema è dovunque: nell’atto di vedere un film, spesso Sadaf, Bahram e altri personaggi guardano film in sale buie; il cinema è nelle chiare citazioni legate a Woody Allen e Nanni Moretti, anche per l’aspetto del protagonista, per la sua vena nevrotica e per quella vespa che gira su e giù per la città. Il cinema è nei discorsi dei protagonisti e degli antagonisti: tantissimi i film, i registi citati e amati. Ne emerge un mondo che ama il cinema in tutte le sue stratificazioni; come viene detto in una scena del film, il cinema è il luogo del sogno e delle possibilità. Il messaggio centrale è che il nostro desiderio di cinema non è negoziabile. Il dramma di Bahram può sembrare piccolo se comparato con altri drammi, ma, come il regista ci aveva mostrato in Kafka a Teheran, il regime è una macchina burocratica assurda e deridente, che diventa grottesca quando parla di cani, AI e cinema nella stessa conversazione. Un regime morente che però continua a fare vittime, senza una violenza fisica (nel film), ma privando il popolo dei diritti e dicendo di farlo per il loro bene. Bahram deve stare al gioco, quindi, anche se Sadaf è la produttrice e spesso ha idee brillanti, la deve lasciare fuori perché ha i capelli blu, in qualche maniera umiliandola, cercando di seguire precetti che non sono suoi, ma che deve tenere per sopravvivere.
Il regime è morto, è incapace di imbavagliare e di attrarre Bahram. Vediamo il personaggio dei servizi segreti proporgli cose assurde, ma non rispondere alle domande più banali, tentare di sedurlo con soldi, gloria e un viaggio in Siria. Quando pensiamo di avercela fatta, gli alleati diventano nemici e la storia fa il suo corso, dimostrando che i regimi si possono abbattere, ma a quale prezzo? La Storia vince sul cinema, ma un giorno forse il cinema racconterà un’altra storia.
Giulia Pugliese
Scrittrice
Educazione
2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project
2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo
Esperienze lavorative
2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon
2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films
2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take
Premiazioni
Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023
di Pino Moroni Il seme del fico sacro di Mahammad Rasoulof è un film imperfetto, non ben calibrato nelle sue due parti, ben evidenti e molto distanti sia nel ritmo, lento e riflessivo all’inizio e troppo frenetico nello […]
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