di Lorenza Del Tosto
Mentre su Roma si rovescia il diluvio e le strade si riempiono di traffico e rabbia mal repressa, dalla Casa del Cinema, tra la pioggia battente, filtra una luce calda che promette riparo. Se la buona compagnia è l’arma migliore contro i tempi bui, non potrebbe esserci posto più sicuro oggi di questa stanza luminosa dove hanno appena fatto il loro ingresso Kleber Mendonça Filho e Wagner Moura, rispettivamente regista e attore protagonista di L’agente segreto che, nel maggio scorso, a Cannes, si è aggiudicato il premio per la migliore regia e per il miglior attore, l’inizio di una lunga serie di premi.
Alti, slanciati e pieni di garbo entrambi, hanno un modo armonioso, spiritoso di stare l’uno accanto all’altro.
Kleber Mendonça Filho originario di Recife, città nella regione brasiliana del Pernambuco e scenario di tanti suoi film, possiede look, ironia e aplomb britannici. E una sorta di radar interiore con cui registra tutto ciò che avviene attorno. Wagner Moura, al suo fianco, è un bel contrappunto: espansivo e avvolgente, la chioma nera, un sorriso dolce, e insieme ironico, che gli si irradia dagli occhi scuri. E se sullo schermo la sua prestanza fisica seduce, dal vivo ci conquista la sua simpatia.

Wagner Moura e Kleber Mendonça Filho
Si sono conosciuti a Cannes nel 2005: Wagner Moura recitava in Lower City e Kleber, in veste di critico cinematografico, lo ha intervistato, scoprendo in lui non solo un grande attore, ma anche una gran bella persona. Negli anni la passione civile li ha uniti. Entrambi si sono espressi apertamente contro il governo di Jair Bolsonaro, lasciando che tutte le porte si chiudessero davanti a loro.
Proprio sotto quel governo, Kleber ha cominciato a scrivere una storia con un protagonista tagliato su misura per Wagner. Una storia intessuta di mille strati, aldilà della breve sinossi: anno 1977, nel pieno della dittatura militare (1964-1985), Marcelo, un esperto di tecnologia sulla quarantina, è in fuga. Arriva a Recife durante la settimana del carnevale, sperando di ricongiungersi con suo figlio bambino, ma la città si rivela tutt’altro che il rifugio non violento che cercava.
Da cosa fugge Marcelo nell’anno 1977? Sotto una dittatura il pericolo è ovunque, ma invisibile, inafferrabile.
“Marcelo stesso non capisce cosa gli succede. Proprio come Cary Grant in Intrigo Internazionale. E, come lui, neanche il suo pubblico. Volevo che la storia avesse proprio quel tono.” Spiega Kleber che, nel 1977, aveva 9 anni, ma ricorda molto bene gli odori, la consistenza del tempo, il Brasile come era allora. E ha voluto che L’agente segreto fosse una ricostruzione perfetta, un vero scrigno dei tesori degli anni ‘70, perché “quando racconti una storia, anche la più intima, sono i riferimenti sociali, culturali, musicali dell’epoca a darle forza.”
Eppure nonostante la fedeltà storica, sottotraccia, già in sceneggiatura, molti vi hanno colto l’eco inquietante del presente: dei militari che, nel 2018, sono tornati ad occupare posizioni chiave al governo, rispolverando vecchi concetti, e parole fuori moda.
Per questo il vero successo, ripetono entrambi, è che mentre L’agente segreto viaggia in tutto il mondo, Jair Bolsonaro se ne sta chiuso in prigione. “È la prima volta nella storia del Brasile che un politico viene arrestato per i suoi reati. Forse stiamo aggiustando qualcosa… “Dice Wagner orgoglioso di riferire le forti reazioni che il film sta suscitando ovunque: in Spagna dove il conto con il passato è ancora aperto, negli Stati Uniti con i movimenti nelle Università, e anche in Cile dove ha risvegliato memorie di Pinochet. “Sono curioso di vedere quale sarà la reazione in Italia.” Commenta Kleber.
Gli affondi di Kleber all’Italia potrebbero passare inosservati, tra i tanti omaggi che L’agente segreto rende al nostro Paese. “In Brasile l’immigrazione italiana ha lasciato un’eredità enorme e l’Italia fa parte della rappresentazione artistica di quegli anni in cui il cinema era così importante: ricordo non solo le sale ma anche i grandi cartelloni che vedevi passando per strada.”
Così ne L’agente segreto c’è il poster originale di Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmuller. Accanto a quello de Lo squalo di Stephen Spielberg. Lo squalo onnipresente, in senso metaforico e fisico. C’è If you leave me now dei Chicago. C’è l’horror de L’esorcista, la miscela perfetta che Kleber predilige: thriller, realtà storica ed elementi surreali da cui nasce anche lo struggente personaggio di Sebastiana: l’omaggio più bello all’Italia.
Sebastiana è la donnina minuta, dai modi affabili e la tempra di acciaio, che ha creato a Recife un hotel per rifugiati, per chi, pur non potendo rivelare la sua vera identità, condivide un comune sentire e una vita in fuga.
Una sera Sebastiana, che tutti vorremmo trovare in casa ad accoglierci, racconta ai suoi ospiti di aver vissuto a Sassuolo negli anni ‘30. E di aver avuto anche un fidanzato locale.
“Perché proprio a Sassuolo negli anni ‘30?” Si sorprendono in molti, orgogliosi che sia stata l’Italia a ispirare a Sebastiana il suo hotel: rifugio di pace, solidarietà e sensuali passioni.
“Mentre mi documentavo sul personaggio di Sebastiana” spiega Kleber, divertito dalla sorpresa del suo pubblico “ho letto tante storie di donne forti della Resistenza in Italia. Mi ha colpito soprattutto una donna a Sassuolo.”
“Sassuolo” ripetiamo sommessamente orgogliosi. Come un confetto al cioccolato che lasciamo sciogliere in bocca.



“Ma ci sono anche tanti nomi greci…Anche in Grecia si sono stupiti.” Ammicca Kleber. E all’improvviso capiamo cosa ci sta dicendo: “Cari Paesi europei un tempo eravate voi ad insegnarci cosa è la Resistenza!”
Sempre in tema d’Italia, all’estremo opposto di Sebastiana, c’è l’italiano Ghirotti. Imprenditore sanguinario che collabora con la dittatura, dando prova di una crudeltà efferata. Perché i morti ammazzati in L’agente segreto sono morti ammazzati davvero. E lasciano un sapore amarissimo in bocca.
“In certa industria cinematografica è molto facile premere un grilletto. Ammazzare diventa cosa troppo semplice. Io sono della scuola di Cronenberg e Verhoeven: nei loro film quando uno si fa male, si fa male veramente. Per il resto la tragedia si può raccontare anche con la musica, con la danza, con il carnevale.”
Il carnevale, così presente nel film, magnifica e inquietante esagerazione di vita, non è mai una distrazione o un decoro, è un folclore che unisce realtà ed incubo e rende la violenza ancora più palpabile.
E Wagner Moura, nato nel 1976, di quegli anni cosa mai può ricordare?
“È stato come aprire un vecchio album di famiglia” Risponde con il suo calore avvolgente.
Nei gesti di Marcelo, spiega, ha ritrovato i gesti di suo padre: la camicia sbottonata sul petto e il pacchetto di sigarette nel taschino di sinistra, il Maggiolino, i discorsi dei giovani degli anni ‘60 e ‘70 che volevano davvero cambiare il mondo. E poi, nel 2019, Wagner Moura ha girato Marighella il film dedicato a Carlos Marighella: ex deputato, poeta, rivoluzionario brasiliano ucciso nel 1969, dalla dittatura militare, e si è immerso nello studio dell’epoca
“Marighella”. Come suona dolce e strano nelle loro bocche quel nome italiano, “era figlio di un immigrato italiano e di una donna di colore discendente degli schiavi portati dal Sudan. Marighella e gli schiavi sono stati cancellati dalla storia del nostro Paese.” La voce di Wagner si fa più densa, più amara, un’amarezza che stride in un uomo così avvenente, come se la bellezza potesse essere scudo al dolore.
Marighella , il film, è stato a lungo censurato. E Wagner Moura ha vissuto e lavorato, parlando inglese e spagnolo, fuori dal suo Paese per 12 anni
“Ma ho sempre mantenuto un contatto profondo con la mia terra. E ora finalmente sono tornato. Sono a teatro e posso parlare la mia lingua che mi porta altre emozioni.”

Se la storia, in Brasile come altrove, vuole spesso cancellare le figure scomode allora la fuga di Marcelo è anche fuga dall’oblio e dalla rassegnazione. Per questo nel finale del film arriva una stonatura, qualcosa che non quadra e che non sveliamo, ancora più palpabile proprio perché è sempre Wagner Moura ad interpretare il figlio di Marcelo, molti anni dopo.
Ci si sente inquieti sulla poltrona. Cosa è successo? Cosa è cambiato?
“Ad un certo punto della dittatura, esattamente nel 1979, i militari hanno presentato una legge. Una sorta di amnistia artificiale.” Spiega Kleber “Hanno proposto che tutto fosse dimenticato, da una parte e dall’altra. Che non si parlasse più di cose spiacevoli. Che tutto fosse dimenticato e perdonato. All’inizio è sembrata una buona idea. Ma l’effetto è stato letale, l’amnistia ha dato al Brasile una mancanza di disciplina e di giustizia. È questo il tema al cuore dl film che si condensa nella scena finale. L’ oblio è un trauma per la psiche. Il perdono imposto genera solo rassegnazione.”
Per opporsi all’oblio c’è chi pazientemente cerca di ricostruire il passato attraverso vecchie registrazioni che il potere vorrebbe far sparire. Per questo ne L’agente segreto è così importante la ricerca negli archivi. Gli archivi tanto amati dalla storica Joselice Jucá, la madre di Kleber, ormai scomparsa.
“A breve uscirà un libro su di lei. Ne ho scritto la prefazione e mi sono accorto che non avevo mai messo a parole l’incredibile influenza che lei ha avuto su di me.” Spiega Kleber commosso. Nel corso della giornata, incalzato dalle domande, torna a parlarne con orgoglio, o con ritrosia, a seconda del momento e del pubblico. Diviso tra la possibilità di far conoscere l’appassionato lavoro di sua madre e il timore di svenderlo, di usarlo a fini promozionali.
“La vedevo tornare a casa la sera con il grande registratore Panasonic. Raccoglieva le voci dei veri testimoni della storia. Ha registrato una quantità enorme di interviste, ed è come se avesse fatto un film, perché fare film vuol dire questo: registrare. Intervistava gente sconosciuta che, però in qualche modo, aveva accesso alle informazioni, alla verità.”
Il lavoro di sua madre, il lavoro sulla memoria, è ancora più importante oggi, non solo perché ricordare è sempre difficile, ma anche perché aumentano gli strumenti per manipolare i ricordi. Le vecchie immagini di Recife sulla pagina Instagram del Comune sono state potenziate con l’IA: gli edifici non sono più gli stessi, le persone sembrano degli alieni.
“Tra dieci anni i ragazzi che non hanno ricordi della città penseranno che quelle immagini corrispondano alla realtà. Come nell’ opera di Philiph K. Dick a cui è ispirato il film Blade Runner, la memoria non sarà altro che un impianto artificiale.”
Per questo, contro la manipolazione dilagante, Kleber Mendonça Filho nei suoi film, si impegna ad essere maniacalmente fedele ad una verità. Ma oltre alla passione per la verità, da sua madre sembra aver ereditato anche l’immensa curiosità per gli esseri umani. Il magnifico cast del film, i suoi infiniti indovinatissimi personaggi, ne sono la prova.
“Mi piace l’intero processo della realizzazione di un film” Dice Kleber “Devo ammettere però che la scrittura è la parte più dura, più difficile, e il casting la più bella e la più facile. È il momento in cui conosco le persone e posso innamorarmi di loro. Mi sono innamorato subito di Sebastiana…” il suo volto risplende di una gioia infantile. “Mi piace mettere insieme attori professionisti e non. Alcuni devo farmi in quattro per convincerli. Altri per tirarli fuori dai loro ruoli. È quello che ho cercato di fare anche con Wagner” e gli lancia un’occhiata di sottecchi: “Volevo portarlo in altri luoghi, volevo che si imponesse più per la sua presenza che per la sua forza.” Allude ai ruoli di Wagner in Tropa de elite – Gli squadroni della morte e in Narcos dove interpreta il personaggio di Pablo Escobar.
Wagner Moura, al suo fianco, sorride sornione. Sta al gioco e precisa:
“Direi che Marcelo è una via di mezzo tra noi due: Kleber è più moderato, io sono più emotivo, più incendiario, di fronte dell’ingiustizia politica non mi contengo.”
Dalla fusione Kleber & Wagner è nato Marcelo con il suo meraviglioso, invidiabile modo di stare al mondo. Nonostante attorno a lui avvengano cose molto pericolose Marcelo reagisce sempre in modo positivo e rilassato offrendoci una grande lezione di coraggio e di dignità: qualunque cosa accada tu resta fedele ai tuoi valori.
Wagner Moura si è impregnato appieno del suo personaggio. Smorza ogni tensione, reagisce sempre con un sorriso. Ci resterà nel cuore, come nel cuore di ogni spettatore resterà l’ultima foto che di Marcelo appare nel film. L’inquadratura di un istante, ma è impossibile dimenticarla.
“Avevo nove anni” Dice Kleber “e sono rimasto scioccato vedendo un giorno su Manchete, a tutta pagina, le foto del rapimento di Aldo Moro. Manchete era una rivista molto famosa in Brasile per la qualità delle immagini. La foto della guardia del corpo non l’ho mai dimenticata. Aveva una forza, che oggi non c’è più. Mi è tornata alla mente mentre stavo pensando al finale.”

L’agente segreto è un intrico di fatti, di storie, di eventi, ce ne sarebbe da far girare la testa a chiunque eppure tutto tiene.
“Qual è il suo segreto Kleber?” Gli chiedono.
“Non ho una formula. Lavoro più per aggiunta che per sottrazione. Nei miei personaggi ci sono sempre persone che conosco. Mi piace raccontare la mia città, Recife. Raccontarne gli strati. Il sud est del Brasile è poco conosciuto. “È troppo regionale. Non lo vedrà nessuno.” Mi dicevano. Ed invece ha già venduto un milione di biglietti in sala. Se racconti una tua verità, anche molto locale, guardate Amarcord, tutti la riconosceranno. E i tuoi personaggi prenderanno vita e vigore.”
Ed ecco si è arrivati alla proiezione della sera davanti agli ospiti d’onore e… qualcosa cambia. Non tutti possono capire cosa è stato vivere sotto due dittature e sapere che il movimento di Bolsonaro aleggia ancora nell’aria. Quindi, dopo i ringraziamenti alla Minerva e a chi ha contribuito a che oggi questo film sia in sala, dopo aver spiegato con inaspettata civetteria la ragione della scelta del titolo.
“Mi piaceva perché è breve, molto sexy ed evoca il mistero.”

Finita la presentazione, prima che si spengano le luci ed inizi la proiezione, entrambi sentono il bisogno di rientrare in sala. Dal palco si rivolgono a qualcuno, e non è dato sapere chi sia, e sui loro volti c’è una tensione, un furore incendiario, a stento contenuti. “Oggi siete qui perché abbiamo successo, ma noi siamo sempre gli stessi di prima, di quando le ambasciate brasiliane dei Paesi in cui eravamo ospiti ci chiudevano le porte in faccia accusandoci di essere comunisti e di fare troppe dichiarazioni…”
Dalla sala non viene nessuna risposta. Solo un momento di gelo.
Kleber e Wagner aspettano un istante poi, sceso il buio, se ne vanno soddisfatti: si sono tolti lo sfizio. Le porte delle Ambasciate brasiliane ora, davanti a loro, si spalancano.
Oggi, in giro per il mondo, il Brasile ha i loro nomi: Kleber Mendonça Filho e Wagner Moura.
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