di Martina Cossia Castiglioni
A Venezia, agli inizi del Settecento, la giovane Cecilia vive all’Ospedale della Pietà con altre orfane come lei. La notte, di nascosto, scrive lettere alla madre che non ha mai conosciuto, sperando che un giorno torni a cercarla. Alla Pietà le ragazze più promettenti vengono avviate allo studio della musica, e Cecilia è una virtuosa del violino. L’orchestra dell’Ospedale è tra le più celebri di Venezia, e le giovani possono esibirsi a beneficio delle famiglie nobili della città, ma nascoste dietro una grata. Alcune di loro, in cambio di cospicue donazioni in denaro all’Istituto, vengono date in moglie a qualche aristocratico: una volta sposate, però, non potranno più suonare. Per contrastare la concorrenza di un’altra orchestra, la Pietà assume un nuovo insegnante di musica, Antonio Vivaldi, che intuito il talento di Cecilia la sceglie come primo violino. Tra i due nasce un rapporto di stima reciproca, e il desiderio di libertà della ragazza cresce.


Damiano Michieletto, regista teatrale conosciuto per la messa in scena di opere liriche nei maggiori teatri italiani ed europei (tra i quali La Fenice di Venezia, la Scala di Milano e la Staatsoper di Berlino), ha esordito dietro la macchina da presa nel 2021con Gianni Schicchi, una rivisitazione dell’omonima opera comica di Giacomo Puccini. Con Primavera, scritto con Ludovica Rampoldi e liberamente tratto dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, Michieletto torna alla regia cinematografica con un film che ha al centro la musica come strumento di libertà. La pellicola è anche una storia di emancipazione femminile. Cecilia vuole fuggire da un mondo dove è il potere del denaro a dominare. La Pietà vive di donazioni e usa il talento delle ragazze per generare profitto; con i soldi i nobili possono comprarsi una moglie e sul denaro si regge il sistema politico e religioso. «Qui tutto ruota intorno ai soldi» scrive Cecilia. Lei non vuole essere come le altre: «Mi riconosceresti in mezzo a queste ragazze vestite tutte uguali?» scrive in una delle lettere alla madre. Per gli aristocratici che le ascoltano senza vederle, le orfane sono solo «ombre, sogni». L’incontro con Vivaldi, malato ma totalmente dedito alla sua musica, accentua in Cecilia la volontà di ribellarsi alle costrizioni.
Primavera è un film riuscito, per varie ragioni. Prima di tutto per il cast, dai due protagonisti Tecla Insolia e Michele Riondino – con una recitazione intensa e al tempo stesso misurata – a figure di contorno come Andrea Pennacchi nel ruolo del direttore dell’Ospedale, e Fabrizia Sacchi in quello della Priora, rigida e severa con le ragazze ma ancora capace di umanità. E poi per l’eleganza della forma. Inquadrature che sembrano dipinti, con giochi di luce quasi caravaggeschi, la cura nella ricostruzione degli ambienti, i costumi.

Presentato in anteprima mondiale al Festival di Toronto, Primavera ha avuto numerosi riconoscimenti: al Chicago International Film Festival (miglior film) e al Festival del Cinema Italiano a Tolosa (tre premi, fra i quali quello come Miglior Giovane Attrice a Tecla Insolia).
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