Hamnet di Cloé Zhao. La donna interprete dei cicli naturali della vita e della morte e la rappresentazione nell’arte.

di Pino Moroni

Centinaia di storie pseudo biografiche (anche con la abusata dicitura ‘tratto da una storia vera’), come ormai consuetudine annuale, riempiono le programmazioni cinematografiche, ed il film Hamnet di Cloé Zhao è una di queste.
Lo stereotipo classico di personaggi più o meno storici, storicizzati o falsi completamente (ma popolarizzati) è sempre quello di qualcuno che fatica ad emergere e ad affermarsi, poi arriva al successo (magari con caduta finale).
Sono i miti che arrivano ancora dalle prime favole letterarie (da Aristofane in poi, con il corollario dell’invidia degli ‘dei’, degli uomini ‘potenti’ od ancora degli uomini ‘comuni’).
La regista Chloé Zhao (Nomadland 2020) con l’aiuto nella sceneggiatura di Maggie O’ Farrell, che ha scritto l’omonimo romanzo (Nel nome del figlio. Hamnet. 2020) ha girato un film originale su uno Shakespeare inedito paesano, poi molto assente per la sua famiglia, preso dalla scrittura e dal lavoro teatrale a Londra. In evidenza invece la vita quotidiana di una donna del XVI secolo, la morte di peste del figlio Hamnet di 11 anni e la genesi della tragedia più famosa scritta da Shakespeare (in italiano Amleto).

immagine per Hamnet di Cloé Zhao.
Hamnet di Cloé Zhao.

Il film va ben al di là della solita dialettica della vita reale e della creazione artistica, di cui sono pieni i cliché delle altre pellicole biopic. Intanto il punto focale non è il personaggio pubblico o privato o le storie letterarie di William, ma quello della moglie Agnes (Anne Hathaway) una donna istintiva ed intelligente.
Solo alla fine, sempre però nell’ottica della grande sensibilità del genere femminile si assisterà allo spettacolo reale della sua tragedia umana nell’assistere alla rappresentazione dell’Amleto, opera creata dal marito, ispirata dalla morte del figlio, al Globe Theatre a Londra. William si ritaglierà la parte del fantasma per dire addio sulla scena al figlio Hamnet diventato Amlet.
Tutto il resto è una narrazione bucolica e sensoriale nella natura, girata nella campagna e le foreste inglesi dell’Herefordshire, e del Gloucestershire, il Lydney Park e la Dean Forest, e nel villaggio di Weobley con le case a graticcio bianco e nero dove ancora oggi si respira una atmosfera autentica e fortemente pagana.
Agnes (Jessie Buchley) la solitaria, selvaggia falconiera, guaritrice con poteri divinatori, vive in quei boschi eterni le emozioni della sua anima intrisa della terra umida, tra nodose radici ed anfratti di alberi, dentro cieli di nuvole, in relazione con il creato. Una donna interprete unica dei cicli della vita naturale ed animale, sempre immersa nel suolo primigenio, sotto la pioggia battente e gli sprazzi di sole tra le fronde, in simbiosi con il tutto.
Raccogliendo le erbe e ricavando con amore da esse le sostanze per le cure alle malattie (comprese quelle infettive come la peste bubbonica) che combatte con tutti i mezzi dati dalla natura e dalle capacità umane (una herbaria dedicata alle preparazioni galeniche). È questa una parte emozionante che colpisce la sensibilità dello spettatore, come l’amore sublime e carnale che sboccia tra lei, considerata strega ed il genio William, per il padre uno scrittore ‘fallito’.
Shakespeare per poter continuare a scrivere dovrà andare a Londra e non tornerà troppo spesso, mentre Agnes nelle foreste del villaggio di Stratford-upon-Avon darà alla luce la prima figlia nella maniera più arcaica, da sola sulla terra nuda tra le radici di un albero.
C’è in questo film qualcosa di così vero sul valore della donna, misconosciuto nel cinema. La donna che fa nascere da sola la specie, la alleva con il cibo che raccoglie e ne protegge la salute con le erbe medicinali, fino alla morte, inevitabile. L’uomo assente, preso dal mito dell’arte razionale, più che dal mito di Prometeo, da quello di rappresentare racconti, specchio di favole o accadimenti romanzati, speculari della fantasia e della realtà, che colpiscono l’immaginazione dell’umanità.
Un altro momento essenziale ed universale del film è la ripresa del parto gemellare di Agnes assistita stavolta in casa dalla madre, la suocera e da altre parenti, levatrici improvvisate come avveniva ancora – raccontava mia nonna – al tempo delle ultime due guerre mondiali. Emozionante il primo respiro di uno dei gemelli, che al contatto con la madre, dalla morte riesce ad affiorare alla vita.
La bravissima attrice Jessie Buckley (prossimo premio Oscar) ha rappresentato lo stato selvaggio dell’adolescenza, la dolorosa-radiosa maternità e poi il profondo senso della perdita, quale ‘prefica’ sul sudario dell’amato figlio Hamnet. Il padre purtroppo arriverà troppo tardi.

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