di Martina Cossia Castiglioni
Laura, che ha perso il fidanzato in un incidente d’auto, chiede ospitalità a Betty, la donna che per prima è arrivata sul luogo e ha cercato di soccorrerli. In una casa di campagna con la cancellata da ridipingere, il rubinetto che perde e un pianoforte scordato, le due convivono in armonia in una dimensione quasi fuori dal tempo, nella quale Laura sembra ritrovare la serenità. Ma Betty ha un marito e un figlio, Richard e Max, che un grave lutto ha allontanato da lei.

Miroirs No 3. Il mistero di Laura del regista tedesco Christian Petzold è un’opera minimalista, che lascia allo spettatore molto spazio all’interpretazione. Di Laura, del disagio psicologico che mostra all’inizio del film, non sappiamo quasi nulla. È più facile intuire, prima ancora che ci venga svelato, quale sia il dramma di Betty, la perdita di una figlia. Il titolo della pellicola si riferisce al terzo movimento della suite per pianoforte Miroirs, di Maurice Ravel. Anche Jelena, come Laura, suonava il piano, e l’elemento dello specchio allude a un tema caro al regista, quello dell’identità. Laura è forse per Betty, Richard e Max un riflesso della figlia e sorella perduta e ora ”ritrovata”, una “sostituta”? O rappresenta semplicemente “un’occasione” per ricostruire un’armonia familiare? Tutti i personaggi, Laura inclusa, cercano di fare i conti con un’assenza, per ritrovare un loro fragile equilibrio.


Nel realizzare questo film Petzold si è circondato di un bel cast di interpreti che avevano già lavorato con lui: Paula Beer nel ruolo di Laura, e Barbara Auer in quello di Betty, ma anche Enno Trebs e Matthias Brandt (rispettivamente Max e Richard) che, seppure con una recitazione in sottrazione, sanno dare spessore ai propri personaggi.
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