Even: un debutto potente

di Biagio Prontera

Certi film ti raggiungono senza preavviso, li guardi senza aspettarti niente di speciale, e poi ti rendi conto che qualcosa è cambiato, che ti hanno lasciato un segno difficile da inquadrare, ma
impossibile da ignorare. Even di Giulio Ancora appartiene a questa categoria.
Non si impone, non alza la voce, non insegue l’effetto spettacolare né la complessità fine a se
stessa. Procede con la sicurezza silenziosa di chi sa esattamente dove vuole arrivare.
Otto candidature ai David di Donatello — Miglior Esordio alla Regia, Sceneggiatura, Fotografia,
Montaggio, Canzone Originale, più una serie di riconoscimenti per il cast — non piovono dal cielo.


Arrivano solo quando un’opera sa cosa vuole raccontare e trova il modo giusto per farlo.
Firmato da Giulio Ancora insieme a Francesco Pignataro e Stella Milidoni, il film intreccia due fili temporali distinti che procedono in parallelo pur dialogando costantemente l’uno con l’altro.
Da un lato c’è Marisol: ammazzata, inghiottita dalla macchina burocratica dell’indifferenza, ridotta a una pratica dimenticata in qualche scaffale. Un caso senza risposta, come ne esistono troppi.
Dall’altro c’è Giulia, ragazza irrequieta, viva, con quella spensieratezza un po’ incosciente di chi
non ha ancora misurato la violenza che il mondo può esercitare, finché il mondo stesso non gliela mostra. Un’aggressione subita la obbliga a guardarsi dentro, a fare i conti con le proprie crepe, e paradossalmente la conduce a scoprire di avere qualcosa da dare agli altri proprio nel momento in cui si sente svuotata.
Even ha la lucidità di non trasformarla in spettacolo, di non costruirci intorno un climax ad effetto.
La violenza sulle donne, in questo film, non è un momento: è una condizione che esisteva prima dell’inquadratura e che il film sa benissimo continuerà ad esistere quando le luci si riaccenderanno in sala.
Ancora non indulge, non cerca l’estetica della sofferenza. Decide di mettere la camera su ciò che viene dopo: il mutismo, la colpa che qualcuno si porta addosso come se fosse sua, il lavoro
immane di ricostruire un’esistenza che qualcun altro ha scelto di distruggere. È proprio questa
postura narrativa a rendere il film straordinario, perché raccontare le cicatrici richiede più onestà e più coraggio che raccontare la ferita: la ferita ha una data, le cicatrici no.
Da qui emerge il secondo grande nodo del film, forse quello che brucia con più intensità: il senso di giustizia, o meglio dire, il suo sistematico fallimento. Marisol è morta da anni. Il caso è rimasto aperto. Nessuno ha risposto. Quel che Ancora riesce a infilare sotto la pelle, con il monologo di Pietro, è qualcosa di agghiacciante nella sua banalità: non è un’eccezione. È il meccanismo ordinario di un apparato che archivia, rallenta, e che alla fine si ferma. Pietro, padre di Marisol e volto di un Massimo Bonetti di rara intensità, porta sullo schermo questa ferita che non si rimargina. Non urla. Non arringa. Ha soltanto una frattura negli occhi di chi ha atteso troppo e alla fine ha capito che l’attesa è inutile. La sua sfiducia nelle istituzioni non nasce dal disincanto, ma dall’esperienza diretta e bruciante.

Questa sfiducia costituisce il momento più potente del film. Non punta il dito, non pronuncia
requisitorie. Accusa con la sola presenza: con l’essere ancora lì, a fare ciò che le istituzioni non
hanno fatto, nel centro antiviolenza che lui e sua moglie hanno edificato sulle macerie di un dolore che nessuno ha voluto davvero affrontare.
Accanto a lui, Simona Cavallari dà vita ad Adele con una precisione ammirevole: una donna che ha saputo trasformare il proprio dolore in azione concreta, senza però mai perdere di vista la persona che lo ha attraversato.
In questa prospettiva il centro antiviolenza acquista una dimensione autentica: uno spazio fatto di disagio, di ritmi logoranti, di umanità che non è mai perfetta. È lì che Giulia approda quasi per caso e comprende, gradualmente, che ricevere cure e donarne sono due gesti inscindibili, che la solidarietà vera è una pratica quotidiana, spesso silenziosa, quasi mai visibile.
A sostenere questo impianto narrativo, un ensemble di prim’ordine — Federica Pagliaroli, Marco Cocci, Romina Mondello, la rivelazione Martina Chiappetta nei panni di Marisol, la musa di Ozpetek Serra Yilmaz in una piccola parte ed Ernesto Mahieux, che con poche scene incide con la precisione di chi conosce il mestiere a menadito, con una naturalezza che spiazza.
Un capitolo a parte merita la Sila. Le foreste sepolte dalla neve, il bianco, un silenzio che non
concede pace ma si sedimenta come memoria. Ancora e il direttore della fotografia Giovanni
Mammolotti non usano il paesaggio calabrese come sfondo: lo trasformano in un’emozione, in un testimone che assiste muto a ogni cosa detta e non detta. Quella neve che ricopre, seppellisce, preserva, esattamente come certi fascicoli giudiziari che restano sotto la superficie per decenni senza che nessuno abbia il coraggio o la voglia di riaprirli.>
Vale la pena sottolineare, da ultimo, che Ancora è anche l’autore della canzone originale “Going to sea”, scritta, composta e interpretata da lui stesso. Un debutto davvero totalizzante, nel significato più pieno dell’espressione. Non l’esordio cauto di chi vuole stare al sicuro e raccogliere consensi facili, ma il salto senza rete di chi aveva qualcosa di urgente da esprimere e ha trovato il modo di farlo tutto in una volta, senza trattenersi.
Even è esattamente il tipo di cinema italiano di cui si sente il bisogno. Incisivo senza appesantire.
Toccante senza scivolare nel melodramma. Impegnato senza fare la morale a nessuno. Parla di
violenza senza compiacersene, abbraccia l’idea di rinascita senza prometterla come lieto fine
garantito.
Un film che non ti abbandona quando esci dalla sala.
Da vedere. Da condividere. Da non dimenticare.

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