di Biagio Prontera
1. Ciao Giulio e complimenti. Come ci si sente ad esordire, lo dico io, col botto? 8 categorie in concorso ai David sono tante…
R: Fa sicuramente effetto. Quando fai un primo film sei completamente immerso nel lavoro e pensi soprattutto a portarlo a termine nel modo più onesto possibile. Poi arrivano anche le gratificazioni, i premi ai festival ma la cosa che mi rende più felice, non è tanto il numero di riconoscimenti in sé, ma il fatto che il film stia generando discussione e attenzione su un tema importante.
2. Come riesce un esordiente a gestire un cast così navigato? Qual è la parte più difficile?
R: La verità è che non lo “gestisci” nel senso autoritario del termine. Devi costruire fiducia. Io ho avuto la fortuna di lavorare con attori molto esperti e generosi, che hanno capito subito lo spirito del film. Quando tutti credono nel progetto, il lavoro diventa molto più naturale.

3. Il tema di EVEN non è semplice da affrontare. Mi sono sempre chiesto, e chiedo a te: quando affronti temi così delicati, quanto reputi importante che tutto il cast e la troupe sia in sinergia anche fuori dal set?
R: È fondamentale. Quando si raccontano storie legate alla violenza o al trauma non si può lavorare in maniera superficiale. Serve grande rispetto, sensibilità e ascolto reciproco. Per me era importante che tutti sapessero perché stavamo raccontando questa storia e con quale responsabilità, tant’è che ho voluto fare con tutta la troupe, nessuno escluso, un’approfondita lettura della sceneggiatura, il giorno prima delle riprese in Sila. Quando cast e troupe condividono questa consapevolezza, il set diventa quasi una comunità che lavora nella stessa direzione, il cinema è un lavoro di squadra e tutti sono essenziali nel proprio ruolo per portare a termine l’idea degli sceneggiatori e del regista.
4. Ho scritto nella mia recensione che hai realizzato un esordio “totale”, visto che hai scritto e musicato la canzone del film “Going to sea”. Era importante?
R: Sì, perché per me il cinema è sempre stato un linguaggio che dialoga con altri linguaggi. La regia, la scrittura, il montaggio e la musica. E poi io vengo anche dalla musica, quindi scrivere “Going to sea” è stato un modo naturale per completare l’universo emotivo del film. Non era una scelta di “controllo totale”, ma piuttosto il desiderio di mantenere una coerenza emotiva tra immagini, racconto e musica. Lo script invece l’ho realizzato con Stella Milidoni (soggetto) e Francesco Pignataro (sceneggiatura).

5. Quanto hai messo di biografico in questo film visto che tu vivi e lavori in Calabria?
R: Non è un film autobiografico, ma sicuramente è un film che nasce dal territorio che mi ha ospitato e in cui vivo da molti anni. La Calabria è un luogo pieno di contraddizioni, di bellezza e di ferite. La storia di Roberta Lanzino l’ho scoperta quindici anni fa e da quella storia è nato Even che liberamente si ispira. Ci sono nel film poi tanti piccoli aneddoti legati alla mia vita, la musica soprattutto…
Passiamo ad un discorso più ampio sul cinema
6. Molti registi italiani oggi sembrano guardare più al cinema francese o americano che alla tradizione italiana. Tu da cosa sei stato formato, cinematograficamente parlando?
R: Io ho studiato e mi sono laureato al Dams di Cosenza, in quel periodo ho iniziato a lavorare sui set di altri registi e mentre montavo battery pack o scaricavo il girato del giorno, sognavo di fare il regista… Da poco poi insegno ai ragazzi della scuola secondaria di secondo grado, l’arte della fotografia e del cinema ed è molto gratificante.
Come spettatore invece ho una formazione molto “onnivora”. Ho amato molto il cinema europeo Hitchcock, Rossellini, Godard, ma anche quello internazionale, su tutti Inarritu e il suo opposto Spielberg. Mi interessano i registi che riescono a tenere insieme racconto, atmosfera e identità visiva. Alla fine però la vera formazione è vedere tanto cinema e cercare di capire perché alcune immagini restano dentro di te più di altre, sempre partendo dall’assioma che ricordo sempre ai miei studenti: l’arte non ha regole, l’arte è emozione e follia estetica.
7. Hai dato un’occhiata alla nostra pagina? Il cinema italiano degli anni ’70-’80 — Argento, Fulci, Bava, Castellari — ha influenzato mezzo mondo, da Tarantino a Scorsese. Perché secondo te l’Italia ha quasi smesso di fare quel tipo di cinema?
R: Credo che siano cambiati soprattutto i modelli produttivi e distributivi. Negli anni ’70 e ’80 esisteva un’industria molto più coraggiosa e disposta a rischiare su generi diversi. Oggi spesso si tende a cercare prodotti più “sicuri”. Però quel patrimonio non è scomparso: è ancora lì, e secondo me prima o poi tornerà a influenzare nuove generazioni di autori.
8. Il cinema indipendente italiano fatica enormemente ad arrivare nelle sale. Tu come hai vissuto questa battaglia, e cosa pensi che si dovrebbe cambiare nel sistema distributivo?
R: È una battaglia reale, dove non si vince quasi mai ma si sopravvive e ci si difende. Fare un film indipendente significa affrontare molte difficoltà: dal finanziamento alla distribuzione. Dal canto mio devo molto ai miei produttori, alla Lob&Partners e alla Calabria Film Commission, che hanno creduto nel mio progetto. Però credo anche che oggi esistano nuovi spazi — festival, piattaforme, circuiti alternativi — che possono dare vita ai film. Il vero problema non è solo fare il film, ma farlo arrivare al pubblico.
9. C’è un film italiano che rifaresti o che ti sarebbe piaciuto fare?
R: Non credo rifarei un film già esistente, perché ogni opera è legata profondamente al suo autore e al suo tempo. Però ci sono molti film italiani che avrei voluto vivere da spettatore sul set, per capire come sono stati realizzati. Se proprio dovessi scegliere un film che avrei voluto fare io, il primo che mi viene in mente, non è un film ma una serie e non è italiana, vale lo stesso? Nella mia ipercritica, anche autoreferenziale, devo ammettere che la serie britannica “Adolescence” di Barantini mi è piaciuta tantissimo, in tutti gli aspetti, la reputo un capolavoro, perfetta nella sua imperfezione, una crociata tecnica, organizzativa e produttiva, con una sceneggiatura di per sé già fortissima.
10. Dopo EVEN, cosa vuoi fare? C’è già un secondo film nella testa, oppure stai ancora metabolizzando questo?
R: Per ora sto ancora metabolizzando ed analizzando questa esperienza, provo a seguire anche alcuni aspetti del film legati alla promozione e alla distribuzione. Però ovviamente sto già pensando… Ho alcune idee, qualche appunto, una storia più di tutte, che mi piacerebbe sviluppare, un’avventura cinematografica difficile, una storia incredibile… mi piace essere ambizioso e provare ad alzare l’asticella…
Grazie Giulio, e in bocca al lupo per i David!
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