Il silenzio degli innocenti (The silence of lambs, 1991) di Jonathan Demme

di Biagio Prontera

Cosa scrivere di un film che consideri un capolavoro?
Come si recensisce un cult?
Queste le domande che mi frullavano in testa mentre pensavo a come approcciarmi a questa recensione. Alla fine la risposta è stata semplice: riguardiamolo.
Il silenzio degli innocenti resta un punto fermo nel cinema degli anni 90, non per merito del genere o per nostalgia, ma per una precisione chirurgica nell’orchestrare la tensione che pochi registi hanno saputo raggiungere prima e pochissimi dopo.
Jonathan Demme costruisce un film che respira a un ritmo tutto suo, con una tecnica visiva che in molte occasioni rovescia deliberatamente l’ordine naturale della percezione: prima ci mostra ciò che viene guardato, poi chi guarda. È una tecnica all’apparenza semplice, quasi accademica, eppure produce effetti devastanti sullo spettatore. Quando arriva il punto di vista, è troppo tardi: sei già dentro la scena, senza difesa, e a guardare non è chi pensavi.
Al centro di tutto c’è Jodie Foster nei panni della giovane recluta dell’FBI Clarice Starling. Clarice non è una supereroina, non è invincibile, non è blindata dall’autorevolezza del ruolo. È una donna con uno scudo sottile e un passato che preme contro di lei da tutte le parti, e Foster ne restituisce ogni fragilità. I suoi occhi e i suoi comportamenti mostrano il peso dell’intera storia: l’ambizione, la paura, il disgusto, la determinazione. Ogni scena con Lecter poi è paragonabile ad un piccolo processo in cui lei è simultaneamente giudice, imputata e testimone, e Foster non cede mai di un millimetro, nemmeno quando ci si aspetta che il personaggio dovrebbe cedere.
Non si può parlare di Clarice senza parlare di lui.

Anthony Hopkins è il dottor Hannibal Lecter per soli 25 minuti circa di presenza in scena (che valgono comunque un Oscar), una manciata di sequenze, la cella di vetro, la voce controllata e battute improvvisate. Hopkins costruisce uno psicopatico di rara intelligenza: niente eccessi, niente urla, niente contorcimenti. Il pericolo si sente nell’aria: è nell’educazione impeccabile, nel modo in cui annusa per percepire qualcosa che gli altri non riescono ancora a vedere. Quando sorride, Clarice si blocca. Quando è gentile, lo spettatore trattiene il respiro. La sua gentilezza ha sempre un prezzo da riscuotere, prima o dopo.
Il gioco tra Clarice e Lecter è il cuore pulsante del film: ogni cosa a suo tempo, un do ut des perverso in cui la giovane recluta, pungolata dal dott. Lecter, porta a galla segreti personali — i ricordi dell’infanzia, il pianto degli agnelli, il peso di essere orfana — in cambio di rivelazioni che potrebbero condurla a Buffalo Bill. Lecter immagina tutto, ma non rivela: suggerisce, allude, dissemina briciole avvelenate. Lo scavo interiore di Clarice è la moneta corrente di questa strana transazione, e ogni sessione dietro il vetro lascia sia lei che noi un po’ più nudi di prima.
Il cast di contorno contribuisce a dipingere uno dei più inquietanti e indimenticabili affreschi umani nella storia del thriller.
La galleria dei personaggi che popolano il manicomio di Baltimora è una parata della follia umana, battute e volti che rimangono impressi sia per come sono disegnati che per come stanno nello spazio, occupando la pellicola e provocando quel senso di disgusto in Clarice e nello spettatore. Non è meno disturbante il direttore dell’istituto, il dottor Chilton (Anthony Heald), piccolo uomo dalla vanità enorme, così meschino nella sua rivalità con Lecter che quasi si dimentica quanto sia pericoloso. Lecter di lui se ne ricorderà nel finale, con quella telefonata agghiacciante e sorridente in cui annuncia a Clarice “I’m having an old friend for dinner“, chiudendo il cerchio con una vendetta che il pubblico in un certo modo si aspettava.
Ma è nelle singole sequenze che Il silenzio degli innocenti tocca vette di cinema puro.
L’autopsia con il ritrovamento della falena Acherontia atropos, la testa di morto, è un momento che condensa in pochi secondi tutto l’orrore simbolico del film: la bellezza mostruosa di quella creatura infilata in una gola umana, l’estetismo del male di Buffalo Bill, la firma di un assassino che costruisce la propria mitologia con la stessa cura di un artigiano.
Demme ha il merito di non insistere, semplicemente lui mostra e va avanti, lasciandoti con l’immagine conficcata in testa.
Altra sequenza memorabile è la fuga di Hannibal.
La scena dell’ambulanza è uno dei crescendo più sconvolgenti che il cinema thriller abbia mai prodotto, e va raccontata per quello che è: un capolavoro di montaggio e disinformazione narrativa. Inizia con l’arrivo della cena, proseguendo col fotogramma del faccia a faccia tra il dottore e l’agente. Arrivano quindi le sevizie ai due agenti (nota a margine per i cinefili: uno di loro è Charles Napier, volto indimenticabile dei film di Russ Meyer, incongrua presenza in una scena di violenza brutale) e poi si sposta portandoti a seguire una traccia che credi di aver capito. L’inganno dell’ascensore è il momento in cui credi di capire, pensi addirittura sia finito tutto, e invece, quando la sconvolgente scoperta dell’ambulanza arriva, non hai più fiato. Non te l’aspettavi in nessun modo, non eri pronto alla precisione con cui è costruita, all’ordine millimetrico di ogni rivelazione. Lo spettatore rimane attonito. Letteralmente attonito.

Arriva infine l’ultima trappola di questa sceneggiatura perfetta: l’arrivo a casa di Buffalo Bill. Imbeccata da Lecter, Clarice trova il covo di Buffalo Bill.
No, “trovare” non è il verbo giusto.
Tu guardi l’agguato che l’FBI sta preparando per arrestare il serial killer, e quando questo apre la porta gli si para davanti… Clarice! Non era con i colleghi, mal informati da Lecter e che si ritrovano in una casa vuota. Clarice aveva ricevuto il vero indirizzo da Lecter dopo che le era stato tolto il caso.
Lei entra, scambia qualche battuta col suo interlocutore e capisce presto chi ha davanti. Il terrore di poter diventare anche lei vittima le fa mantenere il sangue freddo.
Presto si ritrova nel buio totale. Lui ha gli occhiali a visione notturna attraverso cui lo spettatore guarda. L’innaturale luce verde con cui guardiamo Clarice che a tastoni e con la pistola puntata si muove in un luogo sconosciuto è una sequenza da togliere il fiato. Senza che lo sappia, Buffalo Bill è lì, a pochi centimetri, mentre lei respira forte nell’oscurità con la pistola puntata verso un vuoto che non vede. Il respiro affannoso di Clarice ti riempie, diventa il tuo respiro e ci si ritrova a trattenerlo insieme a lei: non te ne accorgi, ma stai respirando con la bocca di Clarice.
Quando lo sparo rompe il buio, è quasi un sollievo fisico.
Il silenzio degli innocenti è un film in cui tutto funziona: la regia, la scrittura, la recitazione, il montaggio, la musica di Howard Shore.
Un film che non stanca mai perché ogni volta che lo riguardi trovi qualcosa che non avevi visto, un dettaglio che ti era sfuggito, uno sguardo di Foster che non ricordavi esattamente così, un’espressione di Lecter che non avevi notato.
Un’opera che appartiene alla storia del cinema perché nessuno che l’abbia visto riesce davvero a smettere di ricordarla.
E perché, siate onesti, quella scena nel buio vi fa venire ancora l’affanno.

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