di Giulia Pugliese
“Tre uova per la fertilità, un chilo di farina per la vita e mezzo chilo di zucchero per addolcirla”
Spesso il cinema mediorientale è a misura di bambino, ma il mondo non lo è e non lo era neanche all’inizio degli anni Novanta, quando gli Stati Uniti mossero guerra all’Iraq.
Nel cinema arabo spesso questi bambini vagabondano per città e paesi, come succede alla bambina de Il palloncino bianco di Jafar Panahi, ai fratellini di un altro film iracheno Bekas – In viaggio per la felicità e in Cafarnao – Caos e miracolo di Nadine Labaki. Quella di Lamia però non è la storia di una bambina abbandonata dai genitori e dalla società, è la storia di un sopruso di un dittatore che può essere considerato minore, ma che denota noncuranza per il suo popolo e l’utilizzo del suo potere in modo indiscriminato.
Saddam Hussein, visto dagli occidentali come uno dei peggiori dittatori mediorientali, noto per il genocidio dell’Anfal, dove ha gassato centomila curdi, ucciso e torturato la minoranza sciita, invaso il Kuwait ed eliminato ogni forma di opposizione. Ne La torta del presidente si macchia della colpa di chiedere ai bambini delle scuole del Iraq di preparargli una torta per il suo cinquantesimo compleanno. Non ci sarebbe nulla di male, può essere considerata una forma di vanità da gerarca, peccato che in quel periodo l’Iraq fosse vittima di embargo da parte degli Stati Uniti e quindi trovare gli ingredienti per fare una torta fosse un’impresa alquanto ardua per Lamia e Usain, i protagonisti del film.

Hasan Hadi mette al centro una dicotomia tra campagna, luogo di miseria ma ancora di collettività, e Baghdad, una città piena di insidie, di meschinità e di indifferenza. La casa che Lamia divide con la nonna, per quanto umile, è un luogo d’amore e di ricordi. Il film, che riesce a far echeggiare dentro di sé molte opere del cinema della penisola araba, trova la sua forza in un uso di luci, ombre e una fotografia contrastante che rende ancora più bella la poca natura che mostra e che riesce a rendere pittorico il film. L’opera non edulcora la realtà difficile di questa terra e di questi bambini, ma riesce ad attorniarsi di un’aura di grazia. Riesce comunque a mettersi a misura di bambino e, per certi versi, a mettere al centro la loro infanzia, riportando in vita un periodo storico in cui è iniziata la flagellazione del Medio Oriente, che potrebbe spiegarci quello che è adesso quel continente. È anche un periodo storico affine al nostro: la storia di Lamia non è poi così diversa da quella di un bambino palestinese o iraniano.

Sullo schermo Saddam Hussein è onnipresente. In ogni luogo, ma spesso anche nelle zone aperte, c’è una sua rappresentazione: quadri e foto del dittatore si susseguono nel film. Il culto del leader, che passa anche dal culto iconodulo, sembra più una forma di autotutela, per non sembrare oppositori, che una reale convinzione. Lamia infatti è così decisa nel voler preparare la torta per paura che questo possa portare a terribili conseguenze. Nel film si vedono anche numerosi bambini che incitano alla resistenza contro gli americani e alla forza del leader iracheno, come se la propaganda e la paura fagocitassero anche loro, come se la politica dovesse riguardare ogni strato della popolazione e ci fosse un indottrinamento di questi, usati come strumenti di propaganda.
L’Iraq del film è un paese allo sbaraglio, dove c’è poco spazio per un’infanzia felice e per un riscatto degli ultimi, ma questo affossamento è creato anche dalle sanzioni occidentali. Come se dittatura e democrazia occidentale concorressero al raggiungimento delle stesse cose: affossare i più deboli. La torta del presidente, oltre a far capire quanto fosse duro il regime di Saddam Hussein, mette in luce quanto le sanzioni che l’Occidente riserva a questi paesi non intacchino il potere, ma affamino la povera gente; ora che Donald Trump le usa a suo piacimento, questa riflessione è sempre più attuale.
La torta del Presidente è un film su quanto poco sappiamo di quel tempo in Iraq, perché siamo sempre stati assorbiti dalla visione americana del paese: una resa incondizionata di un popolo a un dittatore sanguinario, un inno alla libertà dei bambini e alla loro incredibile capacità di rimanere tali. Caméra d’or 2025 al Festival di Cannes.
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