di Biagio Prontera
Noir, commedia nera, thriller, dramma familiare, satira sociale. Fargo è tutto questo e niente di tutto questo. I Coen creano un ibrido godibile di commedia nera e thriller, un neo-noir che attraversa i paesaggi desolati e innevati del Minnesota esplorando gli angoli bui della psiche umana e contrapponendoli all’umanità e alla gentilezza che si trovano nell’ordinario. Trent’anni dopo, quella formula funziona ancora.
Benvenuti a Fargo. O meglio: benvenuti in Minnesota, perché Fargo è girato quasi tutto in Minnesota, anche se la città è Fargo ed è nel North Dakota. I fratelli Coen hanno deciso di non girare neanche un fotogramma nella città che dà il titolo al film. Questo vi dice già tutto sul tipo di persone con cui abbiamo a che fare.
Provo a parlarvi delle vicende del film tramite la “teoria del piano inclinato”.
Jerry Lundegaard (William H. Macy) è un venditore d’auto con problemi economici e un suocero milionario. La soluzione ovvia è far rapire sua moglie da due criminali, incassare il riscatto dal suocero e dividere il bottino. Niente potrebbe andare storto.
Infatti. Tutto va storto, ma non in modo caotico: va storto in modo molto più subdolo, graduale, inesorabile. Il piano si inclina impercettibilmente all’inizio e la pallina prende velocità. Prima non riesci a fermarla, poi smetti anche di provarci.



I Coen sono maestri di questo: mettono in moto meccanismi semplici e poi guardano come l’insoddisfazione umana li trasformi in catastrofi.
Jerry non è cattivo: è mediocre, invischiato in una vita che non sopporta, incapace di chiedere aiuto in modo diretto a chicchessia. Ci prova, ma la scarsa considerazione che la gente ha di lui spegne qualsiasi desiderio di riscatto.
A quel punto arrivano loro, i classici Cavalieri dell’Apocalisse, il cuore oscuro e assurdamente grottesco del film.
Carl Showalter è Steve Buscemi, in uno dei suoi ruoli più Buscemi di sempre: loquace, nervoso, convinto di avere tutto sotto controllo. È il tipo di criminale cui è andato tutto bene finora per puro caso statistico, che però si esaurisce proprio qui, adesso. Parla troppo, pensa a voce alta, si indigna per le offese più futili mentre il mondo gli crolla addosso.
L’altro cavaliere è Gaear Grimsrud. Peter Stormare.
Gaear è il silenzio. Stormare costruisce questo personaggio quasi senza parole, ma quelle poche che pronuncia arrivano come un colpo di martello. Non è crudele in modo isterico, non urla, non minaccia. Semplicemente agisce, freddo. Quando la violenza esplode, lo fa come fosse inevitabile, non come qualcosa di emotivo. È la cosa più disturbante del film.

Nella teoria del piano inclinato però ci finisce anche Gaear, che alla fine perde la sua proverbiale freddezza. Viene trovato lì, in quella scena che è già entrata nell’olimpo delle scene cinematografiche, con una cippatrice e quello che resta di Carl. Quando Marge lo arresta parla, cede: alla fine anche lui era solo un uomo che ha perso il filo.
I Coen vinsero l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale e la Writers Guild of America ha classificato quella sceneggiatura al 32° posto tra le più grandi di sempre. Non male per un film che racconta una storia di ordinaria follia provinciale.
La fotografia è firmata da Roger Deakins che accentua la freddezza del paesaggio invernale con vivaci spruzzi di rosso vivo, che nel bianco assoluto della neve sembrano quasi irreali. Il contrasto bianco-rosso non è solo estetico: tutta quella neve immacolata, la luce piatta e democratica che livella tutto, e il sangue che non si può nascondere, non si può coprire. La violenza in questo film non viene spettacolarizzata né nascosta. Viene mostrata con nonchalance sconcertante, quasi con indifferenza, come fosse normale.


Frances McDormand, Oscar meritatissimo, interpreta Marge Gunderson (sì, i cognomi sono tutti “nordeuropeiggianti”): incinta di quasi 9 mesi, sceriffo di Brainerd, Minnesota, e unica persona in tutto il film che sembra funzionare come essere umano. È competente, gentile, ha una vita sentimentale con un marito (John Carroll Lynch, ai suoi esordi) che le porta cibo quando lavora di notte e dipinge uccelli per i francobolli. È, fondamentalmente, tutto ciò che gli altri personaggi non riescono a essere.
La scena finale dice tutto. Marge ha appena assistito ad una scena orrenda — sì, quella storia della cippatrice — ha portato il criminale in macchina, gli ha fatto una piccola predica semplice e autentica sul senso della vita e torna a casa, dove parla con il marito del fatto che il suo disegno è apparso sui francobolli da tre cent. Fine.
Nessun trauma. Nessun flashback. Nessuna crisi. Solo la vita che va avanti.
I Coen ci stanno dicendo: ok, l’equilibrio è possibile, non per tutti, ma è possibile. Marge lo incarna.
Sarà per questo che non riesci a toglierti dalla testa questo film: ti mostra il caos con distacco e poi ti mostra che accanto al caos, a due isolati di distanza, c’è qualcuno che rientra a casa, scalda la cena e parla di francobolli. Sii come Marge.
CONSIGLI PER LA VISIONE
Se Fargo vi ha fatto venire voglia di Coen, la serie televisiva omonima è un’ottima idea. Non si discosta molto dalle dinamiche del film, ogni stagione è autonoma, ma il DNA è quello: piani che precipitano, province americane, violenza trattata con nonchalance e qualcuno che alla fine deve fare i conti con la miseria della propria vita.
Mi viene da consigliarvi anche Suburbicon (2017), ma qui il discorso è diverso. La sceneggiatura è un vecchio script dei Coen tenuto nel cassetto per trent’anni. George Clooney, che con i Coen ha lavorato molte volte come attore, l’ha tirata fuori e ci ha aggiunto una storia parallela, quella della prima famiglia nera che si trasferisce in un sobborgo bianco degli anni Cinquanta. Il risultato è interessante e visivamente non sfigura rispetto a Fargo, ma la sceneggiatura sembra a tratti forzata. Se siete curiosi di vedere cosa succede quando qualcun altro mette le mani su un copione dei Coen, è un film da guardare.
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