di Antonio Mangia
Il tema centrale del film è tanto semplice quanto disturbante: nessuno è davvero sincero. Ogni personaggio nasconde qualcosa di inaccettabile, e proprio su questa idea si costruisce l’intero impianto narrativo dell’ultimo lavoro di Kristoffer Borgli.
La pellicola mantiene costantemente un’atmosfera di disagio, alimentata da un montaggio serrato che smonta progressivamente l’illusione di un amore perfetto e senza crepe. Il regista mette in scena una relazione che, fin dalle prime inquadrature, lascia intravedere fratture profonde sotto una superficie apparentemente stabile.Sul piano attoriale, Zendaya e Robert Pattinson risultano affiatati e convincenti, costruendo una chimica credibile che contribuisce a rendere ancora più efficace il progressivo scollamento tra apparenza e realtà.



Emma (Zendaya) è una brillante editor letteraria di Boston che soffre di una lieve disabilità uditiva: all’apparenza sicura e serena, nasconde un’ombra del proprio passato adolescenziale che decide di rivelare solo a pochi giorni dal matrimonio. Charlie (Robert Pattinson), curatore di musei dal carattere mite e un po’ goffo, viene travolto da quella confessione in una spirale di paranoia e ossessione, finendo per mettere in discussione non solo la donna che ama, ma anche la propria integrità morale.
Il lungometraggio utilizza questi personaggi per sollevare domande scomode e pungenti: siamo definiti dai nostri errori passati o dalla persona che siamo diventati? Mentre Emma cerca perdono e comprensione, Charlie e il loro ambiente sociale offrono un ventaglio di reazioni che spaziano dal rifiuto al disprezzo, fino a una morbosa curiosità.
La regia di Borgli è precisa e controllata, con un’attenzione particolare alla composizione dell’immagine: le inquadrature, caratterizzate da colori saturi e contrasti marcati, contribuiscono a creare un’estetica affascinante ma al tempo stesso inquieta.


La narrazione prende direzioni inaspettate, evitando soluzioni prevedibili e mantenendo alta la tensione fino alle inquadrature finali. Emerge un racconto che non si limita alla crisi di coppia, ma si allarga fino a diventare una riflessione sulla società contemporanea e sulla costruzione di una perfezione apparente, spesso alimentata anche dai social.
The Drama si configura come un’opera magnetica e perturbante, capace di mettere a nudo le contraddizioni dell’individuo e di ricordare che, sotto la superficie, nessuno è davvero ciò che sembra. I social, in questo senso, rappresentano la perfetta trasposizione delle tematiche del film nella realtà quotidiana: scorriamo immagini di vite impeccabili, relazioni felici e momenti perfetti, ma quanto di tutto questo è autentico? Borgli sembra suggerire che dietro ogni rappresentazione si celi una costruzione, e che proprio in questa distanza tra realtà e apparenza si annidi il vero disagio contemporaneo.
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