di Pino Moroni
Si sta avviando alla conclusione la 23ª edizione di l’Asian Film Festival appuntamento storico che da oltre vent’anni porta nella Capitale il meglio del cinema dell’Estremo Oriente, consolidandosi come un punto di riferimento in Italia per il cinema asiatico contemporaneo. L’edizione 2026, che si svolge dal 7 al 15 aprile presso il Cinema Farnese, presenta 36 lungometraggi – 18 in concorso, 9 nella sezione Newcomers, 9 fuori concorso – oltre a 10 cortometraggi, offrendo una panoramica cinematografica che attraversa Thailandia, Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Filippine, Malesia, Cina, Vietnam, Singapore, Cambogia, Hong Kong e Taiwan.
Asian Film Festival conferma così il suo ruolo di ponte culturale tra Roma e l’Asia, con una programmazione che unisce il grande cinema d’autore a opere capaci di intercettare un pubblico più ampio.
Qui di seguito la recensione del film di apertura del Festival: Girl (Nuhai) di Shu Qi.
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Se si pensa che il cinema asiatico parli un’altra lingua si cade in errore. La globalizzazione ha toccato ormai, oltre che i beni materiali, anche le idee e gli scritti (le sceneggiature) cinematografici. Tipico esempio il film Girl (Nühai) di Shu Qi (che ha inaugurato l’Asian Film Festival, che si svolge dal 7 al 15 aprile al Cinema Farnese di Roma).

Il film comunque si distingue dalle altre produzioni asiatiche perché è stato prodotto e parla di Taiwan (che non è Cina a non è neanche occidente). Un mix di entrambi che soprattutto mostra come “tutto il mondo è paese” e soprattutto per la regista Taiwanese Shu Qi emigrata ad Hong Kong, sembra trascendere il tempo e la geografia, in quanto tutto è internazionale.
Le sue tematiche sono infatti oltre che semi-biografiche, piene di contenuti, stereotipi orientali occidentalizzati.
Sull’importante ed attuale discorso della violenza maschile sulle donne (frutto in molte parti dell’Asia del patriarcato su basi religiose confuciane), la visione reiterata di abusi molto violenti, come pugni e calci e stupri (ogni volta che il padre-padrone Chiang- Roy Chiu è in scena ribadisce “Siete tutte mie”), sembrano essere non solo troppo esaustivi, ma anche controproducenti per una loro denuncia ricettiva.
Nel film “C’è ancora domani” (film italiano di Paola Cortellesi) il problema della violenza domestica, per alleggerire la visione, viene trasformato in una scena da ballo con musica, soluzione anche criticata ma funzionale.
Come, oltre il discorso della famiglia disfunzionale, il coming-of-age della ragazza appena in pubertà, Hsiao-Lee Ping (Xiao-Yng Bai) avviene radicalmente tramite l’amica di scuola Lili Li (Ping-Tang Li) una che torna dall’America, dopo il divorzio dei genitori ed è una persona ormai liberata in tutto e per tutto. Il contrario della protagonista, malinconica ed introversa, succube delle avances del padre e delle frustrazioni di seconda mano (subisce le reazioni della madre picchiata ed innervosita) e rischia di non fare abbastanza chiarezza nella sua trasformazione.

La protagonista da una infanzia perduta arriva di corsa ad una giovinezza consumata (scopre il gioco, il fumo, i rapporti con i ragazzi, i balli, le videocassette da vedere in luoghi appartati). E tutto diventa una parte di film giovanilista con le sue caratteristiche emblematiche, che non corrisponde alla ricerca di libertà dalle regole imposte dalla famiglia, dalla scuola e dalla società, ma sembra più un pezzo di film di giovani americani (i milioni di film già visti sui giovani) riadattato alle miserrime strutture delle periferie di Taiwan.
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