di Biagio Prontera
La balia è un film sul corpo: su chi lo usa, su chi lo nega, su chi non riesce nemmeno ad avvicinarlo al proprio figlio.
Bellocchio parte da un racconto di Luigi Pirandello e racconta di una famiglia dell’alta borghesia che, non potendo contare sulla madre — incapace, per fragilità mentale e affettiva, di allattare il proprio figlio — cerca una balia.
La fotografia di Giuseppe Lanci è sapiente nell’avvolgere la casa del dottor Mori in una luce bassa e densa. In quell’appartamento borghese di inizio Novecento, tutto è ordine apparente e distanza reale: tra gli oggetti, tra le parole, soprattutto tra marito e moglie.


Bellocchio costruisce con pochi tocchi un paesaggio domestico soffocante, dove l’incomunicabilità tra coniugi non viene mai dichiarata, ma si respira in ogni inquadratura. E questo non perché i coniugi non parlino affatto, ma perché sembra non parlino la stessa lingua.
Poi arriva Annetta e qualcosa si rompe, senza fragore, ma con silenziosa precisione, una crepa che avanza lenta e inesorabile.
Per sopperire alle difficoltà della moglie, il dottor Mori decide di prendere una balia. La donna scelta è Annetta: giovane, contadina, analfabeta.

Maya Sansa, al suo esordio cinematografico, la interpreta con una naturalezza disarmante. C’è in lei qualcosa di primordiale e di intatto, una fisicità non costruita che rende ogni sua scena autentica. Quella di Annetta è una presenza non addomesticata, che aumenta il ritmo del film ogni volta che entra in scena.
Al centro vibra un contrasto che Bellocchio ci permette di osservare con occhio clinico e al tempo stesso commosso: da una parte la madre, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi in un ruolo che sembra scritto su misura per la sua sensibilità fragile e lacerata, una donna che non riesce nemmeno a toccare il proprio bambino, che guarda il figlio come si guarda qualcosa di incomprensibile, di estraneo. Dall’altra Annetta, che sin dal primo incontro entra in empatia immediata col neonato, lo stringe, lo nutre, lo riconosce, posseduta da quell’istinto semplice e irriducibile di chi non ha imparato a separare l’affetto dalla carne.
L’una è prigioniera di una borghesia che ha reso l’emozione una forma di imbarazzo; l’altra porta con sé il mondo di fuori, grezzo e vitale.
Tra questi due estremi si muove il dottor Mori, il marito. Fabrizio Bentivoglio lo interpreta con quella sua misura elegante e pensosa: un uomo d’ordine, certo, ma non privo di comprensione. È lui che sceglie Annetta, lui che cerca di tenere insieme ciò che dentro casa si sgretola, lui che — in una delle scene più riuscite del film — la introduce alla lettura e alla scrittura, trasformando quello che potrebbe sembrare un gesto di potere in qualcosa di più ambiguo e più umano. Perché Annetta impara, e nell’imparare cambia. L’analfabetismo non era solo ignoranza: era anche una forma di purezza non contaminata.


Le parole, una volta acquisite, portano con sé il peso di un mondo che non le appartiene, ma che sta imparando a conoscere.
La scena della selezione della balia è una delle sequenze più emblematiche dell’intero film. La scopertura del seno davanti al medico, gesto brutalmente funzionale, riduzione del corpo femminile a organo, diventa un momento carico di significati molteplici: di sopraffazione e di vulnerabilità, ma anche, paradossalmente, di una dignità che resiste. Bellocchio la filma senza voyeurismo e senza sentimentalismo, con quella lucidità fredda che è la sua firma.
C’è poi il tema della malattia mentale, che attraversa il film come un basso continuo. Non è decorativo né scandalistico: è strutturale. Il manicomio da cui proviene Annetta non è uno sfondo ma una domanda. Cosa separa, davvero, la follia dalla norma? Chi è più prigioniero, chi vive recluso o chi vive con tutto e non riesce a sentire nulla?
Bellocchio, da sempre attratto dai confini labili tra ragione e deriva, lascia aperta questa inquietudine senza risolverla.
E poi, a poco a poco, qualcosa cambia anche visivamente. La fotografia si apre, entra più luce, le stanze respirano. L’arrivo di Annetta porta con sé un’aria nuova anche dentro il film oltre che nella casa. Non tutto si risolve, non tutto si sistema (sappiamo bene che Bellocchio non è un regista di lieti fini consolatori), ma qualcosa si muove e, finalmente, si allenta.
La balia è un film sobrio e preciso, costruito su equilibri delicati che non cedono mai al gesto eccessivo. Un Bellocchio in piena maturità, capace di tenere insieme la critica sociale (che mi sarebbe piaciuto vedere in maniera più marcata e funzionale al film), il dramma psicologico e la grazia discreta di uno sguardo sul corpo e sull’anima.
E, in mezzo a tutto, la rivelazione silenziosa di Maya Sansa: un esordio che non si dimentica, consacrato dalla candidatura ai Nastri D’argento, insieme a quella per la fotografia.
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