Riportiamo qui l’editoriale di Andrea Chimento direttore di longtake, ringraziandolo per la sua instancabile ricerca nell’aprire a nuove dimensioni, a nuovi generi, a nuovi stili di cinema.
la Redazione
C’è un genere, tipico della cultura francese, che fonde due termini in una sorta di crasi che diventa soprattutto una materia stilistica ancor prima che narrativa: il polar, genere che fonde il poliziesco con il noir, unendo le strutture drammaturgiche del primo con le atmosfere cupe del secondo.
Tra letteratura e cinema, questo filone arriva temporalmente da lontano, dalla Seconda guerra mondiale e dagli anni immediatamente successivi, per poi aver vissuto continui mutamenti, soprattutto dagli anni Settanta in avanti.
Se negli anni Quaranta si può citare, tra gli altri, L’assassino abita al 21 di Henri-Georges Clouzot, negli anni Cinquanta e Sessanta ci sarà una vera e propria esplosione con le pellicole di Jacques Becker (Il buco, in primis), Jules Dassin (Rififi) o Claude Sautet (Asfalto che scotta). Tutte pellicole intrise di quel decadentismo che ha spesso contraddistinto un filone malinconico e attraversato da personaggi insofferenti e perennemente alle prese con un destino che appare già segnato.
C’è però un nome forse ancor più deciso nell’evoluzione “esistenzialista” di questo genere ed è naturalmente Jean-Pierre Melville, di cui andrebbe forse citata l’intera filmografia, ma su cui ci limitiamo a segnalare i nostri tre preferiti: Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide, Frank Costello faccia d’angelo e I senza nome.
Senza dilungarci troppo sulle spesso ridicole traduzioni che hanno avuto i titoli dei suoi film in Italia (andate a cercarle…), Melville ha segnato davvero l’apice di un genere che non ha però mai smesso di cambiare negli anni, grazie inoltre a nuovi autori come Olivier Marchal o Alain Guiraudie, anche se forse il nome che potrebbe davvero marcare questi anni in relazione al polar è quello di Dominik Moll, regista che aveva già mostrato il suo talento con La notte del 12 e che, per noi, è riuscito anche a superarsi con un film appena uscito, Il caso 137 (a breve la nostra recensione di Giulia Pugliese). Nell’estrema pulizia della scrittura e della messinscena sta la forza di un autore in perenne crescita, forse il vero discendente di quella grande scuola polar nata sotto gli influssi negativi della Seconda guerra mondiale e che oggi non può che risultare più attuale che mai.





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