di Martina Cossia Castiglioni
Nella Svizzera neutrale del 1943, in una piccola comunità rurale del Giura, Emma (quindici anni) vive con il padre e le due sorelle, delle quali si occupa da quando la madre è stata allontanata dal marito per un tradimento. Emma lavora anche come domestica presso la famiglia del pastore protestante, è molto brava in matematica e il suo sogno è diventare infermiera. Il comitato cittadino la candida per il «premio di Virtù», che potrebbe aiutarla nel suo percorso di studi. Quando la ragazza rimane incinta dopo aver subito uno stupro, sposa un giovane del villaggio disposto a crescere un figlio non suo. Ma la mentalità patriarcale del suo ambiente, la vita non facile in casa dei suoceri, soffocano gli slanci di indipendenza di Emma, che decide di fuggire e andare in città dalla madre, per trovare un lavoro che le permetta di emanciparsi.

À bras-le-corps, espressione francese che in senso figurato significa “affrontare un problema di petto”, ”con determinazione”, è anche il titolo originale di Lo sguardo di Emma, esordio nel lungometraggio della cineasta elvetica Marie-Elsa Sgualdo. Spesso, in Italia, le scelte di traduzione finiscono con l’allontanarsi dallo spirito delle pellicole di partenza: non è il caso di questo film. Non solo perché è con il punto di vista di Emma che seguiamo il succedersi degli eventi, ma perché la giovane interprete Lila Gueneau sembra davvero parlare con gli occhi. Il suo personaggio, come ha raccontato la stessa attrice in una recente intervista, non ha imparato a esprimersi con le parole, ma interiorizza i sentimenti che prova. La sfida per la Gueneau è stata riuscire a trasmettere tutto questo allo spettatore attraverso la postura, lo sguardo, contenendo le emozioni.


Marie-Elsa Sgualdo (autrice anche della sceneggiatura con Nadine Lamari) dirige con sensibilità e mano sicura questa storia di formazione ed emancipazione femminile. La regista ha studiato con cura il contesto storico che fa da sfondo alla presa di coscienza della sua protagonista. Il villaggio è in una zona di confine, e i paesani assistono spesso al rimpatrio forzato degli ebrei in fuga da parte dei nazisti, appoggiati a volte dai soldati svizzeri. Tutto questo non lascia Emma indifferente e ancora di più colpisce il pastore, che cade in una profonda depressione perché non riesce a perdonare a sé stesso di non aver aiutato i profughi quando ne aveva avuta l’occasione. La pellicola si chiude su una nota di speranza, con Emma libera di ballare a una festa.

Presentato in anteprima alla Mostra di Venezia nel settembre dell’anno scorso, À bras-le-corps ha partecipato a diversi festival, vincendo il Grand Prix della Giuria al Francofilm 2026 di Roma, e due Swiss Film Awards (ma le candidature erano ben sette) per il montaggio e la fotografia.
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