di Biagio Prontera
Ti faccio i complimenti prima di tutto, un bell’esordio. Sei riuscita a dare molta dolcezza al personaggio, per quanto la sua storia è comunque tragica.
- Grazie a te dell’intervista.
Marisol è un personaggio costruito attorno a una storia vera, quella di Roberta Lanzino. Come ti sei preparata ad entrare in un ruolo così carico di realtà e dolore? Hai sentito il peso di una responsabilità nei confronti della memoria di una donna reale?
- Beh allora, devo dire che sì, inizialmente ho sentito la necessità di prendere informazioni, volevo proprio vivermi la storia, quello che era successo. E quindi ho comprato un libro che la raccontava, ho letto articoli su Internet che parlavano del caso, ho cercato di dare un volto a Roberta cercando immagini che la ritraevano. Mi sono fatta raccontare dai miei genitori, che all’epoca frequentavano la stessa sua scuola, qualche altro dettaglio in più.
Giulio Ancora, il regista, devo dire che mi ha dato una grande mano. Era informatissimo sullvicenda, e i suoi racconti puntualizzavano l’atmosfera che ricercava.
Ricordo che la prima volta in cui ho mollato il peso esterno che sentivo, e che ho percepito quasi di sfogarmi “da Roberta” con l’aggressore, fu durante la canzone di Levante Gesù Cristo sono io, che risuona nei titoli di coda del film, e che Giulio fece partire a tutto volume nella fase iniziale dei provini.
Al contempo però, durante il processo di ricerca, sentivo il bisogno di riequilibrare l’emozione dell’evento tragico, con la vera essenza di Roberta, a prescindere e separandola dall’evento traumatico; per cui ho cercato di soffermarmi sulla sua giovinezza, su cos’è che le piaceva, sui suoi amici e le sue cotte, sul suo programma in radio, sulla sua vitalità. La sfida è stata proprio amalgamare questi aspetti, e non farmi risucchiare poi dall’evento molto doloroso che ovviamente è stato presente in me fin da subito, l’ho sentito proprio sulla pelle.
La cosa che mi ha sempre fatto molta impressione è che la madre di Roberta (e poco prima del film anche il padre) siano vivi. Questo mi ha toccato veramente in profondità, mi suscitava sia il timore legato al rispetto di una realtà ancora presente e viva, sia una grande, grande emozione, un attaccamento forte, da “figlia”, e da esterna che riconosce il dolore e la forza che hanno dovuto tirare fuori.

Even alterna il passato e il presente, con un espediente narrativo che mette in dialogo due epoche della violenza sulle donne. Come hai vissuto questo gioco temporale dal punto di vista recitativo? Ti ha aiutato o complicato la costruzione del personaggio? In questo ti ha aiutato “tuo padre” Massimo Bonetti, con la sua grande esperienza?
- Come ti anticipavo, l’alternanza tra prima e dopo per me è stata una sfida. Conoscevo già il destino del personaggio, il rischio era di portare troppo peso anche nelle scene più leggere del passato. Sì, su questo Massimo Bonetti mi ha dato una mano: mi ha spinto a non anticipare il dramma, ma a lasciare che nel “prima” ci fosse più quotidianità e semplicità, quasi scorrevolezza anche nelle battute. Apprendimenti impliciti ne ho avuti anche da Simona Cavallari, la “mamma”, che ha contribuito con le sue grandi doti attoriali a creare un’atmosfera di familiarità e serenità durante le scene in Sila.
Sapere cosa succederà cambia inevitabilmente il modo in cui vivi il prima, ma il lavoro è stato proprio non diventare tutto già segnato.Hai detto che girare in Calabria è stata una doppia emozione. La tua regione di origine, la Sila innevata, Cosenza, Rende: quanto ha influito il paesaggio sul tuo approccio emotivo alla storia? Il territorio è diventato un elemento drammaturgico anche per te?
- Sì, la Sila ha avuto un impatto fortissimo. Quelle atmosfere innevate, la sensazione che ci trovassimo in un piccolo mondo sperduto. Quella è stata un’esperienza surreale, che ha contribuito tanto all’atmosfera di ‘villaggio isolato’ che si respirava. E paradossalmente, anche se a un passo da casa, non mi era familiare come posto, non ero mai stata a Silvana Mansio prima d’ora.
Anche il tribunale di Cosenza mi è rimasto impresso. Lo spazio, il legno delle aule, l’energia del luogo, il fatto di viverlo poi di notte quando normalmente è chiuso… ci ha restituito sensazioni che inevitabilmente finiscono nel lavoro



Even affronta il femminicidio con gli strumenti del thriller psicologico. Credi che il cinema abbia un’efficacia diversa rispetto ad altri media nel portare certi temi all’attenzione del pubblico? Hai esempi di film che su di te hanno avuto questo effetto “civile”?
- Guarda sì, penso che il cinema abbia una forza particolare quando riesce a farti vivere qualcosa senza spiegartelo. Quando succede, non resti spettatore distaccato, ma entri dentro una realtà che magari non conosci. È una cosa che ho provato leggendo A piedi nudi, a cuore aperto, ed è una sensazione che ritrovo anche nel cinema quando riesce davvero a coinvolgermi. Ad esempio in A Beautiful Mind mi ha colpito il modo in cui ci fa entrare nella percezione del protagonista, senza creare distanza con la malattia. Più che “capirla”, la viviamo
Il cinema italiano sembra attraversare una fase di grande vitalità, con opere prime coraggiose e una nuova generazione di autori. Come lo vivi dall’interno, da giovane attrice? Senti che c’è più spazio oggi per storie come quella di Even?
Ci sono attrici — italiane o straniere — che hanno segnato la tua idea di recitazione? Un personaggio, un film, un modo di stare in scena che hai sentito come un punto di riferimento o di desiderio?
- Non ho un unico modello preciso. Mi colpiscono attrici anche molto diverse tra loro, ma quando
succede c’è sempre un elemento in comune: la sensazione che quello che fanno parta dal corpo.
Quando la voce, il modo di muoversi, la presenza sono coerenti, lo percepisci subito. È qualcosa
che noto anche nelle persone in generale, non solo nel cinema, ed è il tipo di verità che mi
interessa di più.
Tra le prime ad avermi dato questa sensazione c’è Amybeth McNulty.
Even è stato il tuo battesimo in un lungometraggio di un certo respiro. Dopo questa esperienza, che tipo di cinema vorresti fare? C’è un genere, un tipo di personaggio, un regista con cui sogni di lavorare?
- In questo momento mi sento molto più dentro il teatro, è lì che sto lavorando di più e dove sento più immediatezza.
Il cinema mi attrae, ma più in direzioni precise: progetti con una forte identità, più essenziali, che non abbiano paura di prendersi tempo o di non essere completamente lineari. Mi incuriosiscono personaggi complessi, che hanno magari la possibilità di esprimersi anche senza usare troppe parole. Insomma, un cinema che non spiega tutto, che lascia spazio, più che un genere specifico.
Non ho un regista preciso da citare, preferisco riconoscere questo tipo di lavoro quando lo incontro. Mi ispirano anche registi che sono/sono stati attori, credo che questo aggiunga uno strato di comprensione e possibile sintonia maggiore nel lavoro.
Prenderesti in considerazione di lavorare in TV, in qualche fiction o, perché no, in qualche trasmissione?
- Da spettatrice mi incuriosiscono molto le dinamiche sociali, anche in contesti come il Grande Fratello che sta andando in onda in queste settimane. Mi interessa osservare come cambiano le persone quando sono continuamente esposte e in convivenza.
Allo stesso tempo penso che viverlo sia probabilmente più pesante ed esposto di quanto in realtà si percepisca, e si corra maggiormente il rischio di essere incasellati e ridotti ad un personaggio, più che visti come persone, quindi non è qualcosa che mi vedo fare adesso. Però capisco perché possa essere interessante come esperienza umana.
Delle serie TV con storie interessanti invece quello che mi incuriosisce è il largo arco di tempo in cui vengono girate, in cui si ha la possibilità di conoscere e “stare” a lungo col personaggio e con le persone coinvolte nel lavoro. Quello che so è che per me è importante che non diventi solo immagine o esposizione, ma resti legato a una ricerca più profonda
Stai già lavorando su qualche altro progetto? Puoi dirci qualcosa?
- Sì, in questo periodo sto lavorando soprattutto a teatro. Il 29 e 30 aprile siamo al Palacultura di
Messina.
Grazie Martina, e ancora complimenti. Ti aspetto di nuovo sul grande schermo.
- Grazie a te, buon lavoro!
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