di Marina Camboni
Lo straniero (1942) di Albert Camus è un romanzo che mi ha attratto e repulso quasi con la stessa forza. Leggevo nell’assurda messa in scena l’incarnazione narrativa di una realtà umana lontana da me, di una violenza sfacciata, che mi arrivava dalle sue parole come uno schiaffo inaspettato. Non avevo mai accettato il suicidio di fatto del protagonista Meursault, il suo non scegliere, la sua negatività. Comprendo ora che Camus stesso mirava a suscitare nei lettori una reazione analoga alla mia.
L’ assurdo, il negativo dei nichilisti nell’Europa fra le due guerre, è messo in evidenza e insieme ripudiato da Camus, che ha fatto della sua opera successiva un tentativo di “dar forma a un’arte di vivere in tempi catastrofici… e lottare a viso scoperto contro l’istinto di morte che è all’opera nella nostra storia,” come dichiara nel discorso tenuto in occasione dell’assegnazione del premio Nobel nel 1957. I tempi catastrofici evocati erano quelli dell’Europa tra le due guerre, con le sue ideologie liberatorie e insieme mortifere, con i suoi gulag e campi di sterminio, con le sue guerre e bombe atomiche, che liberavano distruggendo donne uomini, natura e cultura.

Albert Camus
Molto è cambiato oggi rispetto alla prima, e anche alla seconda e più recente mia lettura del romanzo. Come è cambiata non la storia ma un’epoca. La pacificazione seguita al secondo dopoguerra sembrava aver chiuso con il tempo della morte perpetrata per seguire sogni di potere e d’ impero. E tuttavia l’assurdo e l’hybris dell’essere umano che persegue la morte per danaro e ad ogni costo si sta ripresentando nel ventunesimo secolo. La storia oggi si ripropone, certo con un salto di qualità e ormai a scala non più solo mondiale ma planetaria. Perciò questo nostro presente andrebbe ricollegato agli eventi drammatici del Novecento che costituiscono il contesto storico e ideologico dell’ opera narrativa e filosofica di Camus. La consapevolezza della responsabilità individuale e collettiva era per Camus la premessa per un’azione di rivolta contro l’istinto di morte e per l’affermazione di valori di vita. Il personaggio di Meursault ne Lo straniero ha il compito di stimolare questa consapevolezza, che nasce dal rendersi conto che: “in un modo o nell’altro si è sempre un po’ in colpa”. Lo ribadisce il protagonista de La caduta quando asserisce che “non possiamo affermare l’innocenza di nessuno, mentre possiamo affermare con sicurezza che tutti siamo colpevoli”. Ne La caduta anche Gesù, il condannato a morte per eccellenza, sa di essere indirettamente responsabile della strage degli innocenti da cui è stato salvato. L’indifferenza, l’anomia, l’equidistanza da valori antitetici o la rinuncia sono ugualmente colpevoli. Come il gatto di Schrödinger, che è morto e vivo, noi ci riteniamo innocenti ma dobbiamo infine ammettere che l’inazione e l’indifferenza uccidono senza farci sentire colpevoli.
Rachel Bespaloff, una filosofa francese recentemente tradotta in Italia, ha definito Lo straniero un romanzo caratterizzato da un realismo ‘criptico’ piuttosto che naturalista, realismo che permette a Camus di esprimere con economia di mezzi e con un distacco alienante anche l’esperienza più intima.

Date queste premesse, non è un caso che François Ozon abbia scelto di cimentarsi oggi con un testo così storicamente radicato eppure così importante per il presente come Lo straniero. Il film che lo ripropone riesce a rendere il realismo criptico del romanzo con la sua scelta del bianco e nero e con la stessa interpretazione alienata e alienante del protagonista. Oggi, dico, sarebbe importante rileggere Camus. Leggerlo magari con la lucida introduzione di questo film che, pur fedele al romanzo, ha fatto scelte narrative diverse, certamente filtrate anche dalla lettura delle opere successive.
“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Queste le celebri prime parole del romanzo. La narrazione di Camus, filtrata dal protagonista Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri e parla in prima persona, si sviluppa con apparente oggettività e in sintonia con la sequenza temporale degli eventi: dalla morte della madre, all’inizio della relazione con Marie, all’associazione col suo vicino Raymond, un losco individuo che creerà le condizioni per l’uccisione di un ragazzo algerino sulla spiaggia, fino al processo finale. Non così il film, che inizia –come peraltro il film che Luchino Visconti aveva dedicato al romanzo–, con la scena di Meursault ammanettato fra due gendarmi. Il corridoio in cui avanzano conduce all’antro oscuro che è l’ampia cella della prigione in cui viene rinchiuso. E qui la scelta di girare in bianco e nero permette a Ozon di dare rilievo e drammaticità ai volti, agli ambienti, ai tratti razziali ed etnici. Il folto numero di algerini dal volto scuro, variamente distribuiti su un pavimento scuro, in una cella scura, contrasta con il bianco stralunato di Meursault, riassumendo nello spazio visivo il contesto storico coloniale in cui si svolge l’azione.
Nel film quell’istituzione socio-politica che chiamiamo Giustizia viene messa in primo piano: la restrizione in prigione di Meursault, che avviene ancora prima che noi ne conosciamo le ragioni, crea negli spettatori uno stato di attesa e insieme costruisce la prima fase della struttura portante che lega la scena iniziale del film al processo conclusivo e alla condanna per decapitazione, stringendo in una morsa la narrazione retrospettiva di Ozon quasi fosse un racconto di Edgar Allan Poe.
Il punto di vista, e quindi la prospettiva da cui viene narrata la storia non è più quella del personaggio ma del regista, che non solo ne guarda da esterno la vicenda, ma mostra di averne già presente l’epilogo e proprio a partire da questo organizza drammaticamente e semioticamente la sua narrazione. Il sogno di Meursault, assente nel romanzo e totale creazione di Ozon, funge da perno centrale. Non solo raccorda inizio e fine del film ma riassume anche il passato familiare di Mersault e quello storico della Francia promotrice dei valori della sua Rivoluzione.
Nell’attesa della sentenza, Mersault è difatti angosciato da un sogno-incubo in cui lo si vede camminare nel deserto verso il patibolo dove la madre lo attende per raccontargli l’episodio del padre colto dal vomito dopo aver assistito a una esecuzione capitale (la scena mi ha riportato in mente il Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini). Qui Ozon offre una rappresentazione iconografica (memore peraltro di molte crocefissioni) dell’immaginario. La distorsione operata dal sogno rinvia all’operare della memoria conscia e inconscia in cui il passato s’incardina in modo stratificato: gli errori del cristianesimo e quelli della rivoluzione francese con le sue ghigliottine si fondono mentre l’intera storia di esecuzioni successive nella Francia e nelle sue colonie è evocata nel racconto di una vicenda familiare. Questo palinsesto di ghigliottine non solo anticipa il modo in cui Meursault subirà la morte, ma lo rende strutturalmente e storicamente inevitabile e prevedibile.

Il processo a Meursault, a sua volta, trasforma il caso in necessità, la mancanza di premeditazione e la banalità indifferente del singolo in omicidio volontario voluto dalla collettività. La logica della Giustizia, nel film come nel romanzo, è una razionalista logica di morte. In questo contesto, in cui la religione cristiana non può dirsi innocente, acquista ancora maggiore senso l’enfasi data da Ozon all’incontro di Meursault con il prete che vorrebbe convincerlo a sperare in una vita oltre la morte. E’ a questo punto che Meursault reagisce mostrando il lato satanico della speranza in una vita eterna da acquistare con la morte socialmente imposta. Nello stesso tempo, e per la prima volta, Meursault dimostra di credere in qualcosa, di sapere quel che vuole e sceglierlo: vuole la vita, perché la vita umana sulla terra è un valore in sé. In fine vita fa una scelta, rivendica la sua umanità.
Vorrei a questo punto dire qualcosa sulle tre donne presenti nel romanzo, che nel film acquistano uno spessore maggiore. La madre morta, che esce di scena già a inizio del romanzo, nel film è sempre presente in foto mentre il sogno ne ribadisce l’intima assimilazione nella memoria. La donna algerina, amante di Raymond e da lui sfruttata e picchiata, è quant’altri mai emblematica della colonizzazione francese, oltre che della subalternità delle donne nel mondo arabo e nel mondo in genere: la violenza esercitata sul suo corpo e sulla sua vita non appartiene solo all’universo maschile in una storia coloniale del passato.
Più spazio vorrei però dedicare alla terza donna, Marie la fidanzata. Figura scialba e convenzionale nel romanzo, nel film sembra incarnare la gioia di vivere e di amare, oltre che l’ingenuo credere nell’istituzione del matrimonio. Di fronte all’individualismo esasperato e alla rinuncia di Meursault a vivere in modo partecipato affetti e relazioni personali e sociali, quasi incarnasse l’ideale dell’uomo-robot promosso da una tecnologia asservita all’economia e al potere, Marie è umana. E’ umana nella storia di quegli anni, tanto che nel suo personaggio ho potuto riconoscere una me stessa degli anni cinquanta e primi sessanta. Ingenua e fiduciosa, capace di credere alla fedeltà delle parole al reale, delle istituzioni ai bisogni umani, ancora inconsapevole di quanto il femminismo avrebbe reso evidente: il monopolio patriarcale, e mortale, delle istituzioni politico-economiche, scientifiche e sociali. Marie è l’opposto di Meursault. Seppure evocativa della donna di quegli anni, ne anticipa l’emancipazione successiva (vedi de Beauvoir).
Per concludere, vorrei riproporre, a beneficio di lettrici e spettatori presenti e futuri, le parole dette da Camus in occasione del Nobel: “Ogni generazione si crede votata a rifare il mondo. La mia già sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande: impedire che il mondo si distrugga. . . . Davanti a un mondo minacciato dalla disintegrazione … in una sorta di corsa folle contro il tempo… dobbiamo riconciliare lavoro e cultura, ricostruire un arco di alleanza fra umani.”
Commenta per primo