di Biagio Prontera
Io ero lì. E non lo sapevo ancora.
Un viaggio nel cuore oscuro, splendido e irripetibile del cinema italiano di genere — e non solo.
Io ero lì, davanti a uno schermo televisivo che non dormiva mai, in quegli anni Novanta in cui il
videoregistratore era una reliquia e le VHS vergini erano foriere di grandi aspettative. Non sapevo
ancora che stavo compiendo un’iniziazione. Non sapevo che quelle immagini — sgranate,
sovraesposte, tagliate male dal formato televisivo — erano frammenti di un’epoca irripetibile del
cinema italiano. Le guardavo come si guarda un sogno e maneggiavo strumenti oggi sconosciuti
come si fa oggi con uno smartphone: era il mio mondo, il mio hobby.
Io ero lì, quando Dario Argento trasformava l’assassinio in balletto e il terrore in architettura
cromatica. Quando Lucio Fulci spalancava porte su abissi che non avevano nome. Quando Mario
Bava, padre silenzioso di tutto, disegnava la paura con la luce come altri la disegnano con le
parole. Il cinema horror italiano degli anni Settanta iniziava come un genere e diventava filosofia
dell’eccesso, un manifesto dell’inconscio, una dichiarazione d’amore alla morte che non ha mai
smesso di turbare e affascinare.
Io ero lì, quando il poliziottesco riempiva lo schermo di rabbia autentica, quella di un paese
lacerato, spaventato, furioso. Maurizio Merli con gli occhi di ghiaccio. Tomas Milian trasformato in
maschera grottesca e poi in qualcosa di più. Fernando Di Leo che costruiva la violenza come un
teorema. Questi film sapevano cose che il cinema europeo “rispettabile” fingeva di ignorare: la
strada ha una sua estetica, la giustizia può fare schifo, il confine tra eroe e villain è spesso una
questione di inquadratura.
Io ero lì, nei corridoi dello spaghetti-western che aveva già consumato la sua gloria ma continuava
a riverberare, nei Cannibal-movie che spingevano la macchina da presa laddove nessuno aveva il
coraggio di andare, nei peplum mitologici, negli zombie film, nei thriller erotici, nei fantascientifici
artigianali e visionari. C’era in tutto questo un’energia caotica e meravigliosa: la libertà di chi non
ha niente da perdere e tutto da inventare. Il cinema di serie B era un laboratorio segreto del
cinema di serie A.
Io ero lì, negli uffici della Megaditta, quando il ragionier Fantozzi veniva ricercato dalla
fantasmagorica SQUADRA DI RICERCA IMPIEGATI MURATI VIVI. Quando pompieri e poliziotti
avevano una vena comica a dir poco irripetibile e surreali. Comici che sono riusciti con nuovi
linguaggi a portare avanti un genere e a creare personaggi iconici e attuali ancora oggi.
Io ero lì, e non solo nei generi. Perché questi stessi anni — quelli del miracolo e del declino, del
boom e della crisi, degli anni di piombo e dei sogni spezzati — sono anche gli anni di Ettore Scola e
di Francesco Rosi e dell’inizio di gente come Salvatores e Tornatore. Dellacommedia all’italiana
che piange mentre ride. Dei film politici che osavano fare domande scomode su un paese che non
voleva rispondere. Il confine tra cinema “alto” e cinema “basso” era in Italia più permeabile che
altrove: spesso lo stesso attore, lo stesso direttore della fotografia, lo stesso compositore
attraversava entrambi i mondi senza nemmeno accorgersene.
Una precisazione è doverosa: sono nato nel 1985, non potevo esserci davvero. Quegli anni li ho
vissuti per procura, con qualche anno di ritardo e una cassetta VHS in mano. Ma forse è stato
proprio questo — la distanza, l’anacronismo, la caccia — a renderli ancora più preziosi. Mentre i
miei coetanei guardavano altro, io registravo, guardavo, assimilavo e riguardavo. Nastro dopo
nastro, film dopo film, costruivo senza saperlo un archivio e una visione.
Questa rubrica nasce da quella formazione involontaria. Da quei VHS consumati fino alla neve, da
quelle scoperte fatte per caso alle tre di notte, programmando un videoregistratore dopo aver letto
di un film notturno sul televideo.
Parleremo di mostri e di eroi. Di registi che erano artigiani e di artigiani che erano poeti. Di musiche
che erano già capolavori prima che le immagini arrivassero. Di un’Italia che non esiste più,
impressa sulla pellicola con una precisione che nessun documento storico potrebbe eguagliare.
Io ero lì — nel senso unico e vero in cui uno spettatore può esserci: con gli occhi spalancati e il tasto
REC premuto. Adesso ci torno — da testimone.
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