di Martina Cossia Castiglioni
A Sidera, una piccola base isolata nell’Antartide, un gruppo di scienziati italiani si dedica alla ricerca. Dirige l’operazione Fulvio Cadorna, che sogna di costruire una «città del ghiaccio» e aspetta i fondi del governo per proseguire l’attività scientifica. Alla squadra si unisce la glaciologa Maria, che Fulvio conosce sin da bambina e alla quale ha fatto da mentore. Con la collega Rita, che vive nel ricordo del marito defunto (che le ha lasciato tre tartarughine d’acqua con i rispettivi nomi tatuati sulla pancia), Maria studia i microrganismi conservati nel ghiaccio e coltiva il sogno utopico dell’ibernazione umana. Con i suoi esperimenti arriva a una scoperta che creerà un conflitto etico e umano con Fulvio e all’interno della squadra.


Lucia Calamaro, drammaturga e regista di teatro, fa il suo esordio dietro la macchina da presa con il lungometraggio Antartica (scritto a quattro mani con Marco Pettenello). Dalla sua formazione derivano la cura nei dialoghi, l’attenzione per i personaggi e l’ambientazione in uno spazio ristretto. Nella parte finale della pellicola, mentre Fulvio parla alla squadra, la scena si trasforma in un vero e proprio monologo teatrale.

La scelta del tema della ricerca scientifica (poco trattato sinora dal cinema italiano) e l’interpretazione degli attori principali, sono il maggior pregio di Antartica: ci sono Silvio Orlando nel ruolo di Fulvio, Barbara Ronchi in quello di Maria e Valentina Bellé, deliziosa nella parte di Rita. Gli altri personaggi rimangono poco approfonditi, in una storia che poteva avere una dimensione più corale, e manca forse un’unità di tono. Il registro comico tende a prevalere e la riflessione etica si perde un po’. Tuttavia, Lucia Calamaro mostra di sentirsi a suo agio con il mezzo cinematografico, la visione del film è piacevole e il suo è un esordio promettente.

Commenta per primo