di Antonio Mangia
Il biopic diretto da Antoine Fuqua è forse l’opera musicale più attesa e discussa di sempre. Con una pressione mediatica senza precedenti, Michael riesce a bilanciare l’intimità dell’uomo e la grandezza dell’icona, coprendo l’arco temporale che va dagli esordi fino al 1988, pur mantenendo uno sguardo rivolto all’eredità finale dell’iconico tour “This Is It”.
Il cuore pulsante della pellicola risiede nelle sue interpretazioni. Le canzoni immortali del Re del Pop trovano nuova vita grazie a un divino Jaafar Jackson: il nipote d’arte non si limita a una somiglianza fisica impressionante, ma incarna lo zio in modo impeccabile. Attorno a lui ruotano figure chiave rese magistralmente da un cast di alto livello come Colman Domingo, il quale tratteggia un Joe Jackson autoritario, dipinto come un uomo interessato al profitto, il cui controllo oppressivo diventa il motore del conflitto interiore di Michael e Miles Teller, che offre una prova solida nei panni di John Branca, storico manager (e produttore del film stesso), fungendo da ancora razionale nel caos della celebrità.



Nonostante la struttura solida, il film soffre di un’eccessiva velocità narrativa. Questa fretta nel correre attraverso i decenni è figlia di una produzione turbolenta. Il ritmo serrato, infatti, non è solo una scelta stilistica ma la conseguenza di una totale riscrittura del terzo atto. Questi cambiamenti hanno avuto un impatto drastico su due fronti, economico, il budget è lievitato dai 155 milioni iniziali fino a sfiorare i 200 milioni di dollari, a causa di riprese aggiuntive e compensi extra necessari per raddrizzare il tiro in corsa, e contenutistico, a causa di clausole restrittive sulla rappresentazione legale dei processi per pedofilia, la produzione ha dovuto operare tagli drastici. Circa due ore di girato dedicate ai controversi anni ’90 e alle battaglie legali sono state rimosse, lasciando un vuoto che spiega la rapidità della seconda metà del film.



Anche se queste “ferite” produttive hanno provocato danni, Fuqua riesce nell’intento di rendere il film umano e celebrativo. Non nasconde i traumi personali, ma sceglie di focalizzarsi sul percorso di emancipazione dell’artista. Michael resta un potente tributo che, pur con i suoi compromessi, permette di riscoprire l’immensa eredità artistica di Jackson. È un’opera che stupisce ed entusiasma, ricordandoci che dietro il mito c’era un uomo in costante lotta per la propria libertà.
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