Restauri. I pugni in tasca, di Marco Bellocchio

I pugni in tasca di Bellocchio. Tutti i film imperdibili su Odeon Blog

di Martina Cossia Castiglioni

Per celebrare i sessant’anni dalla sua uscita al cinema (il 31 ottobre 1965), I pugni in tasca è tornato in sala nel marzo scorso, in una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, con la collaborazione di Kavac Film. Sorprendente esordio di Marco Bellocchio nel lungometraggio, il film contiene già alcune delle costanti del suo cinema, come le contraddizioni e le nevrosi della famiglia borghese e il peso opprimente dell’educazione religiosa. I protagonisti sono quattro fratelli che abitano con la madre cieca in una villa nel Piacentino. Il maggiore, Augusto (Marino Masé), è l’unico che lavora e ha una vita al di fuori delle mura di casa, mentre Giulia (Paola Pitagora) e l’inquieto Alessandro (Lou Castel) sembrano incapaci di uscirne, così come dalle loro malsane dinamiche familiari. Il più giovane, Leone (Pierluigi Troglio), è affetto invece da epilessia e da un ritardo mentale. Alessandro, anche lui epilettico (ma con i farmaci tiene sotto controllo la malattia), cova un istinto di ribellione distruttivo che lo porta a uccidere a sangue freddo prima la madre e in seguito il fratello minore.

Finanziato con l’aiuto dei fratelli di Bellocchio, Tonino e Piergiorgio, I pugni in tasca è stato girato in gran parte a Bobbio, in casa della madre (dove il regista passava le vacanze nell’infanzia e nell’adolescenza) e in parte a Piacenza. La pellicola, rifiutata all’epoca dal Festival di Venezia, partecipa invece con buon esito a quello di Locarno, dove vince la Vela d’Argento per la miglior regia. In Italia l’accoglienza è divisa, tuttavia l’opera viene apprezzata da critici e scrittori come Goffredo Fofi, Alberto Moravia e Grazia Cherchi, e da registi come Bernardo Bertolucci e Pier Paolo Pasolini. Forse oggi il film non ha la stessa carica eversiva di allora, ma non ha comunque perso la sua forza. Nel cinema italiano nessuno, prima di Marco Bellocchio, aveva messo in discussione l’istituzione della famiglia e la cultura religiosa in maniera così potente. Alessandro scherza e salta provocatoriamente sulla bara della madre durante la veglia della salma. Dopo il funerale lui e Giulia bruciano i vecchi mobili della casa – e vorrebbero anche gettare i numeri della rivista Pro Familia – celebrando simbolicamente la loro liberazione dall’autorità materna.

Il film, come il regista ha più volte affermato e ribadito anche di recente, non è esattamente la storia della sua famiglia, ma in esso c’è molto della sua infanzia, delle cose che ha vissuto. Un certo conformismo e l’appoggio alla Chiesa Cattolica, soprattutto da parte di sua madre, e un’educazione religiosa che all’epoca era molto rigida. Se I pugni in tasca sembra anticipare le contestazioni del ’68, per critici come Paolo Mereghetti, Bellocchio, che inizia a scrivere il soggetto quando era a Londra con una borsa di studio, era più vicino ai personaggi del Free cinema britannico (nato a metà degli anni Cinquanta). Anche nel cinema americano c’erano già state delle figure di ribelli, incarnate da interpreti come James Dean e Marlon Brando (quest’ultimo era un modello di riferimento per Bellocchio, quando lui stesso aspirava a diventare attore), e non è un caso che proprio una foto di Brando (nel film Il selvaggio) sia appesa in camera di Giulia.

Ma la ribellione di Alessandro è solo autodistruttiva, non porta a nulla. Nel finale della pellicola, dice Marco Bellocchio, questo ragazzo che credeva di avere ormai il potere in famiglia, capisce di non essere nessuno «e muore di questa sua conquista assolutamente illusoria». Sulle note finali della Traviata, infatti, il giovane ha un attacco epilettico e invoca inutilmente l’aiuto della sorella. Anche la colonna sonora di Ennio Morricone, inquietante e a tratti – volutamente – invasiva, ha nel film un effetto straniante, e sembra sottolineare l’alienazione del protagonista. Lou Castel interpreta magistralmente Alessandro, la sua inquietudine, gli scatti di violenza improvvisi, i momenti di fragilità. Bellocchio lo scopre per caso al Centro Sperimentale di Cinematografia (dove il regista si è formato e dove Castel frequentava dei corsi), gli chiede di fare un provino e lo sceglie per la sua risata. Una curiosità: il ruolo era stato inizialmente offerto a Gianni Morandi che aveva accettato, ma la sua casa discografica (la RCA) si era opposta pensando che questo avrebbe danneggiato l’immagine del cantante.

Informazioni su Martina Cossia Castiglioni 60 Articoli
MARTINA COSSIA CASTIGLIONI (1964) si è laureata in Lingue alla Statale di Milano. Dal 2001 al 2009 ha tenuto un rubrica dedicata ai libri per Milano Finanza e dal 2011 al 2016 è stata responsabile editoriale per Uroboros Edizioni. Appassionata di cinema, frequenta  i corsi di Longtake e ha iniziato da poco a scrivere di cinema in rete.

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