di Biagio Prontera
Lucio Fulci non è ricordato per la sottigliezza.
Il suo nome evoca occhi sbarrati, morti elaborate e scene di omicidi che non lasciano molto all’immaginazione, realizzate con una cura quasi artigianale per il dettaglio anatomico. Non per niente era denominato (uno dei tanti soprannomi) l’“artigiano del cinema”.
Eppure, nel 1977, prima di immergersi definitivamente nell’horror viscerale firmando la Trilogia della morte e Zombi 2, realizza un film che di tutto questo ha pochissimo, e che proprio per questo a mio parere resta uno dei migliori thriller psicologici di quegli anni.
Il film è avaro di gore, ma i momenti di violenza fisica sono costruiti con mestiere.
La sequenza del prologo in cui Virginia vede, grazie alla sua preveggenza, il suicidio della madre sulle scogliere di Dover, con il volto dilaniato dalla caduta, è l’unica concessione esplicita all’estetica splatter di Fulci. Va detto che l’effetto non è impeccabile: il manichino che cade mostra tutti i limiti del budget e di una tecnica ancora approssimativa.
Ma è un’eccezione isolata: il resto del film lavora diversamente.
La scoperta dello scheletro murato nella parete, la tensione fisica delle sequenze di inseguimento, il climax finale sono costruiti attraverso il ritmo e il montaggio più che attraverso la scenografia del macabro.


Fulci dimostra che sa spaventare anche senza mostrare, e che quando sceglie di non farlo il risultato è spesso più efficace.
Il peso specifico della pellicola poi aumenta di molto grazie ad un cast di alto livello.
La protagonista è Jennifer O’Neill, che porta sulle spalle l’intero peso del film e lo regge con una presenza scenica sobria ed efficace. Nonostante il tema e il continuo scoprire di dettagli che la inquietano, porta avanti il racconto senza urla o isterie, con uno sguardo continuamente sospeso tra la certezza interiore e il dubbio razionale. Lei è una donna che capisce qualcosa che gli altri non riescono ancora a vedere, quella preveggenza che da quando era bambina non l’ha mai abbandonata.
Intorno a lei, un cast solido — Gianni Garko, Gabriele Ferzetti, Marc Porel — che Fulci dirige con cura e direi abilità, senza la direzione d’attori caotica che a volte caratterizzava il cinema di genere italiano dell’epoca. Tutti funzionali, tutti omogenei, nessuno fuori posto.

La colonna sonora di Bixio, Frizzi e Tempera è semplicemente magnifica. Basso caldo, arrangiamenti orchestrali tesi, qualche apertura sinfonica improvvisa, ma il cuore è quel tema principale suonato alla celesta: sette note che sembrano uscite da un carillon dimenticato in una stanza chiusa. Tornano, spariscono, tornano ancora, un pensiero fisso, un motivo che non ti togli più dalla testa. Quentin Tarantino le ha riconosciute per quello che erano e le ha usate in Kill Bill Vol. 1 per il risveglio della Sposa (per inciso, una delle scene più iconiche di quel film). Non è un omaggio casuale: quella melodia porta con sé esattamente la sensazione che Fulci aveva costruito, cioè il confine labile tra sonno e veglia,tra passato e futuro. Quelle sette note ormai sono lì, e non provi nemmeno a scacciarle dalla tua testa.
Fulci e i suoi sceneggiatori — Dardano Sacchetti e Roberto Gianviti — costruiscono un preciso meccanismo narrativo. Ogni dettaglio apparentemente secondario è un ingranaggio. Il carillon, una rivista, un taxi giallo, un uomo che zoppica: Virginia accumula tutte queste immagini nelle sue visioni senza capirne il senso, così come lo spettatore che alle volte resta con un senso di vuoto. Poi, nel finale, tutto si incastra in maniera sottile e disturbante: la sensazione retrospettiva e quasi vertiginosa che tutto fosse già scritto dall’inizio e che noi, esattamente come Virginia, non avessimo saputo leggere i segni.
Il film uscì nel 1977 e non trovò particolarmente il favore del pubblico. Forse era troppo avanti. L’idea di usare la visione psichica non come ornamento soprannaturale, ma come dispositivo narrativo strutturale, con tanto di ambiguità temporale incorporata nel meccanismo della storia, era estranea al pubblico di genere dell’epoca, abituato a qualcosa di istantaneo o a gialli all’italiana che, sì, rivelavano il colpevole alla fine, ma nel frattempo ti disseminavano dubbi e congetture su personaggi e moventi.

Vent’anni dopo, quel meccanismo sarebbe diventato il cuore di The Sixth Sense, di The Others, di Ringu. Shyamalan, Amenábar, Nakata: nessuno ha mai citato Fulci esplicitamente, ma la genealogia è lì, nascosta come lo scheletro dietro la parete.
Sette note in nero aveva già inventato il thriller psicologico soprannaturale moderno prima che qualcuno si accorgesse di averne bisogno.
Ed esattamente come i film che ha ispirato, non fa paura nel senso convenzionale, ma instilla qualcosa di più duraturo: l’inquietudine.
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