Zeder (1983) di Pupi Avati- La terra non dimentica

Zeder (1983) di Pupi Avati- La terra non dimentica tutto sul cinema solo su odeonblog

di Biagio Prontera

C’è una cosa che l’horror italiano di quegli anni sapeva fare meglio di chiunque altro: trasformare un territorio familiare in territorio del terrore. Non servivano castelli romantici o deserti spettrali. La paura abitava le strade che percorrevi ogni giorno, le campagne piatte della Romagna, il profilo di una colonia balneare abbandonata sotto il sole di agosto. Pupi Avati lo sapeva già con La casa dalle finestre che ridono nel 1976, e sette anni dopo lo conferma con Zeder, forse l’horror più sottile e filosoficamente denso della sua filmografia

La premessa è semplice.

Stefano (Gabriele Lavia), scrittore bolognese in crisi creativa, riceve dalla moglie Alessandra (Anne Canovas) una vecchia macchina da scrivere. Sul nastro d’inchiostro restano le tracce di un testo precedente: la teoria dei terreni K, elaborata da tale Paolo Zeder, un alchimista apolide dell’Ottocento. Zone con caratteristiche geologiche tali da impedire la decomposizione dei corpi sepolti, anzi da consentirne il ritorno in vita. Non resurrezione miracolosa, ma qualcosa di più inquietante perché scientificamente plausibile nel suo impianto concettuale.
Avati costruisce il film seguendo lo schema del thriller argentiano — il protagonista ignaro che si imbatte per caso in un mistero ramificato — ma dove Argento puntava all’eccesso visivo e alla violenza estetizzata, il regista bolognese sceglie la strada opposta: misura, rigore, un’ansia geometrica che accumula indizi senza svelarli.
La sceneggiatura, scritta con il fratello Antonio e con Maurizio Costanzo, presenta qualche lacuna, ma il film non crolla, perché Avati non punta sull’architettura del plot bensì sull’atmosfera, e fa benissimo.



La Romagna di Zeder è un luogo controintuitivo per chi è abituato ad un certo tipo di horror. Avati costruisce un terrore che non ha bisogno del buio: esiste in pieno mezzogiorno, sul lungomare di Rimini, in una necropoli etrusca visitata come gita fuori porta. Personaggi anonimi e mediocri nascondono segreti terrificanti. Gabriele Lavia porta il film sulle spalle con intensità sobria, suggerendo il disastro invece di recitarlo. La colonna sonora di Riz Ortolani — archi e sintetizzatori intrecciati con rara eleganza — tiene lo spettatore in uno stato di allarme sordo. Il finale, chiuso da un grido lacerante che ribalta ogni residua speranza, è tra gli epiloghi più cinicamente perfetti del decennio.
Nel 1983 però, era successo qualcosa di strano nella geografia dell’orrore mondiale.
A pochi mesi di distanza, senza che i rispettivi autori si conoscessero, due opere affrontano la stessa ossessione: la possibilità concreta che certi luoghi della terra siano capaci di restituire i morti al mondo dei vivi.
Zeder di Avati, girato nell’estate del 1982 e uscito nelle sale nel 1983; Pet Sematary di Stephen King, scritto e pubblicato nello stesso anno ma con qualche mese di ritardo rispetto al film italiano.
Le convergenze sono così numerose e precise da rendere difficile liquidarle come coincidenza per gli appassionati delle teorie del complotto.
In Zeder i terreni K fanno tornare in vita i morti, corrotti nella mente, ma intatti nel corpo.
In Pet Sematary il cimitero dei Micmac svolge la stessa funzione: chi vi viene sepolto ritorna, svuotato di ciò che lo rendeva umano.
Entrambe le opere culminano con un uomo che decide di seppellire la persona amata in quel luogo maledetto.
Il finale, poi, è quasi identico: (ATTENZIONE SPOILER!!!!!!!!!) in Avati torna la moglie Alessandra, in King il figlio Gage e poi la moglie Rachel. Stesso schema tragico, stessa logica della punizione per eccesso d’amore.
La domanda che la critica italiana pone da quarant’anni è se King avesse visto il film di Avati.
La risposta onesta è che non esistono prove.
King era nel pieno di una fase difficile della propria vita e la sua memoria di quel periodo è dichiaratamente lacunosa.
Il film di Avati uscì in America solo nel 1984, quindi dopo la stesura del romanzo.
Avati non ha mai mosso accuse pubbliche. La pistola fumante che molti cercano da quarant’anni non è mai stata trovata.
Eppure il caso più imbarazzante riguarda la trasposizione cinematografica: il film Cimitero Vivente di Mary Lambert (1989) replica il finale di Zeder in modo quasi sfacciato, mentre nel romanzo di King la conclusione è strutturalmente diversa.


Questo dettaglio apre un’altra pista — che chi ha lavorato all’adattamento hollywoodiano conoscesse il film di Avati — senza però risolvere la questione dell’anteriorità letteraria.
Quello che distingue nettamente le due opere è la radice culturale.
In King la terra maledetta è una condanna morale collettiva: il cimitero dei Micmac è il karma americano per il genocidio dei nativi, e la tragedia nasce da un padre che non riesce ad accettare la morte del figlio. In Avati è qualcosa di più cosmico e privo di significato etico: un dato di natura, freddo come una costante chimica, indifferente alle intenzioni di chi la abita.
Stefano è uno scrittore mosso da curiosità intellettuale, non da disperazione affettiva; la sua è quasi un’indagine letteraria che diventa incubo. Due diversi gradi di follia, due diverse radici culturali dell’orrore.
Il risultato di questa storia è uno squilibrio memoriale che dice qualcosa sull’industria culturale più che sulle opere stesse. King aveva una macchina editoriale capace di trasformare qualunque sua idea in patrimonio collettivo dell’immaginario occidentale. Avati era un regista di provincia che lavorava con budget risicati, senza strumenti per esportare i propri miti. Zeder rimane così nell’ombra di ciò che ha avuto più fortuna, senza per questo esserne inferiore: uno dei rari momenti in cui il cinema horror italiano ha detto qualcosa di autenticamente originale sulla morte, sulla terra che la custodisce, e sull’insensatezza di chi pretende di trattare con lei.

Informazioni su Biagio Prontera 12 Articoli
Nato a Gagliano del Capo nel 1985, cresce tra le pagine di Stephen King e le maratone cinematografiche notturne. Laureato in Ingegneria Informatica a Torino, oggi vive a Venosa, la città di Orazio. È il fondatore e curatore della pagina Facebook Italian Kings of the B’s, punto di riferimento per gli amanti del cinema italiano di genere anni '70 e '80. Pubblica su Amazon i volumi di racconti Danza tra le ombre e Il cuore della notte. Ha pubblicato anche Il diario del cinefilo, un taccuino dedicato a chi vive di cinema

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