Marco Milone: l’artista, la mente, il creatore di “The Power of Data» – Mondo Japan

di Jubei

Dopo quasi dieci anni, abbiamo il piacere di riavere sulle pagine di Mondo Japan, un grande artista italiano, molto versatile: Marco Milone.

Lo avevamo lasciato dopo la collaborazione con Bill Plymptoon con il film “Revengeance”; in questi anni la sua carriera artistica si è sempre più ampliata toccando vari temi, ampliando le conoscenze, per giungere al cortometraggio documentario che ripercorre la storia della tecnologia.

Un’ occasione per inoltrarci in un lavoro che è stato selezionato dall’ International Experimental Film Festival di Atene oltre a ricevere l’Honorable Mention al Luminous Frames Film Festival che lo definisce “un film-saggio audace e formalmente rigoroso”.

Ma lasciamo la parola a colui che ha creato tutto:

Ci presenti questo tuo nuovo lavoro?

The Power of Data è un cortometraggio documentario di 19 minuti che ripercorre la storia delle tecnologie digitali, dalle prime reti informatiche fino all’Internet delle cose e alla blockchain, interrogandosi sulle conseguenze della raccolta e dell’utilizzo dei nostri dati.

La questione centrale non è tanto quali pericoli nasconda la tecnologia, quanto il funzionamento dei sistemi che abbiamo costruito. Molti strumenti nati con la promessa di renderci più liberi hanno finito per riprodurre nuove forme di concentrazione del potere e di controllo.

Ho scelto una forma che nel cinema sperimentale ha una lunga tradizione, dall’animazione astratta delle avanguardie alla computer art, ma che nel documentario resta poco frequentata: non ci sono interviste, riprese o materiali d’archivio. Ogni immagine è costruita: diagrammi, schemi, cartelli tipografici, animazioni geometriche. Non si tratta soltanto di una scelta estetica: volevo rappresentare meccanismi che normalmente non possiamo osservare, perché esistono soprattutto come strutture logiche e relazioni. La forma visiva diventa così parte del ragionamento.

Il film è stato proiettato il 15 ottobre, nella serata inaugurale dell’International Experimental Film Festival di Atene, all’interno di un programma che accostava opere dedicate al rapporto fra realtà, identità e sistemi tecnologici. È una collocazione che ho trovato particolarmente significativa, perché il tema del film, prima ancora che tecnologico, riguarda il rapporto fra l’individuo e le strutture che ne condizionano l’esistenza. Il cortometraggio ha inoltre ricevuto una menzione d’onore al Luminous Frames Film Festival.

Come nasce e soprattutto come si è evoluto?

Da alcuni anni mi ripromettevo di passare alla regia. Pur lavorando da tempo nel cinema come produttore, desideravo confrontarmi direttamente con la costruzione di un’opera. Negli ultimi anni avevo sviluppato tre trattamenti documentari.

Parallelamente, ho coltivato un interesse crescente per l’evoluzione tecnologica e le sue conseguenze sulla società, approfondito anche attraverso un percorso di formazione in strategic foresight, cioè lo studio dei futuri possibili, presso l’Institute for the Future di Palo Alto. C’era inoltre il desiderio di sperimentare direttamente gli strumenti di intelligenza artificiale generativa: credo che alcune tecnologie si possano comprendere davvero soltanto utilizzandole.

The Power of Data mi è sembrato il progetto più adatto per far convergere questi interessi. All’inizio era soprattutto il desiderio di sperimentare; il paradosso di utilizzare proprio gli strumenti di cui intendevo mettere in discussione le implicazioni economiche e sociali l’ho riconosciuto strada facendo, e ho deciso di non nasconderlo. Ne è nata una critica condotta dall’interno, anziché dall’esterno.

Anche per questo ho scelto deliberatamente un linguaggio antirealistico. Non mi interessava utilizzare l’intelligenza artificiale per simulare riprese che non avevo effettuato, né per riprodurre immagini fotografiche sempre più credibili. L’ho usata per generare gli elementi di partenza, ma il film ha preso forma in DaVinci Resolve e Fusion, dove ho costruito animazione, composizione, montaggio e ritmo. È un approccio più vicino al motion design e all’infografica editoriale che alla generazione automatica. Gran parte del lavoro con gli strumenti generativi è consistito nel sottrarre: niente profondità di campo, niente luci volumetriche, niente fotorealismo, caratteristiche che questi sistemi tendono spesso a privilegiare. Volevo immagini piatte, schematiche, dichiaratamente costruite, in cui la semplicità fosse una scelta e non un limite.

La sceneggiatura era organizzata in sequenze tematiche, ma nel corso della lavorazione è diventato sempre più chiaro che le immagini non dovevano limitarsi a illustrare la narrazione. Attraverso accostamenti, contrasti e pause, dovevano contribuire direttamente al ragionamento.

È il tuo esordio alla regia. Quali sono state le difficoltà maggiori nel dar vita a quest’opera?

La difficoltà principale è stata mantenere una tensione narrativa in un film che, in senso tradizionale, non ha un protagonista. Non c’è un personaggio da seguire, un conflitto individuale o una vicenda che proceda verso una risoluzione. Il protagonista è, in qualche modo, il sistema stesso, e bisognava trovare il modo di renderne cinematograficamente percepibile il funzionamento.

In pratica, questo ha significato soprattutto trovare il ritmo. Superati i problemi più prevedibili, come la coerenza stilistica delle immagini generate, mi sono reso conto che aver scritto la sceneggiatura, studiato le sequenze e immaginato il loro rapporto con la voce narrante non bastava: vederle effettivamente sullo schermo è un’altra cosa. Un’immagine può funzionare sulla carta e risultare troppo lunga, troppo breve o semplicemente poco efficace una volta animata.

Ho dovuto lavorare molto sul montaggio e sul rapporto fra voce, immagini, suono e silenzio. Il film contiene anche alcune pause deliberatamente prolungate. In una di queste, per esempio, lo spettatore si trova davanti a un elenco di prezzi attribuiti a diverse tipologie di dati personali. Il silenzio non serve tanto a leggere quei numeri, quanto a lasciarne sedimentare il significato. Anche questo è un modo di costruire la tensione senza ricorrere alla drammaturgia tradizionale.

C’era poi la scelta di realizzare il film interamente da solo. Questo mi ha consentito una grande libertà creativa e il controllo diretto su ogni fase della lavorazione, ma ha comportato anche una difficoltà meno evidente: l’assenza del confronto quotidiano con altre figure professionali. In una produzione tradizionale, il dialogo con i collaboratori permette di mettere continuamente alla prova le proprie intuizioni. Lavorando da solo, bisogna imparare a prendere le distanze dal proprio lavoro e a valutarlo criticamente.

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