di Biagio Prontera
Buongiorno Orchidea, per me è un onore poterla intervistare.
Il suo vero cognome è De Sanctis, è nata a Bari, ma le sue origini sono salentine (come le mie), e si è poi trasferita giovanissima a Roma. Tre luoghi, tre identità diverse. Quale di questi posti sente più “suo”? E la Puglia ha lasciato qualcosa nella sua recitazione, nel modo di stare sul set?
Grazie innanzitutto Biagio per gli elogi che mi rivolge. Sì, il mio vero nome sarebbe con quella C, che però si è persa nel tempo; quindi, siccome a me poco cambia, va bene anche senza.
Nella sua domanda c’è già tutto il contenuto delle mie origini. Comunque con Bari ho poco collegamento sentimentale se non per esserci nata, ma il Salento tutto è nel mio cuore, dal cibo al suo magnifico mare, dalla sua antica cultura ai suoi profumi dei gelsomini e degli oleandri, e molto altro. Roma è la città dove abito dai miei primissimi anni di vita. Da Roma tutto è successo e vivo questa città, che mi ha subito incantata, con un sentimento di odio e amore e ritengo che anche nel suo modo di vita caotica, è la città alla quale sono grata per avermi dato la chiave del mio sogno.
Prima del cinema c’è stata la musica: nel 1960 è entrata nel coro delle voci bianche della RAI, poi ha lavorato anche per la Disney. Come è avvenuto il passaggio alla recitazione? È stata una scelta graduale o un salto improvviso?
È molto articolato il percorso che però descrivo meticolosamente nel libro autobiografico, in uscita a luglio. In breve posso dire che gli avvenimenti della mia vita si sono svolti in modo armonico, senza grandi strappi. Il cinema era il mio obiettivo, ma il caso ha voluto che quel passaggio avvenisse attraverso la musica, che rimane una delle mie più grandi passioni, anche se in seguito non coltivata. Il mio percorso artistico, pur partendo dalle note, è approdato al cinema senza sbalzi.
Il suo esordio cinematografico è del 1964, con Queste pazze, pazze donne di Marino Girolami. Ma il decennio d’oro è stato il Settanta, con una filmografia sterminata: decamerotico, commedia sexy, thriller, poliziesco. Come si viveva quel cinema dall’interno? Eravate consapevoli, lei e i suoi colleghi, di star costruendo un immaginario destinato a restare?
Credo che nessuno di noi poteva pensare che questi film, spesso catalogati di serie B, sarebbero sopravvissuti nel tempo. Credo però che definire quel cinema di serie B sia stato un giudizio superficiale e anche offensivo, perché non teneva conto del suo genere pop gradito dal pubblico dell’epoca e pare anche che abbia superato quel confine. Erano, quelli, gli anni d’oro del cinema italiano, dove si sperimentarono tanti generi che oggi cercano di riproporre nelle serie TV.
Alcune protagoniste hanno successivamente quasi “rinnegato” un certo tipo di film. Cosa ne pensa?
Capisco il punto. Molte persone percepiscono come incoerente o ingrato quando un attore, regista o musicista prende le distanze da un genere che gli ha dato fama e successo economico. Detto questo, dipende molto da come avviene quel “rinnegare”. Se uno dice semplicemente: “oggi non mi riconosco più in quel tipo di cinema” o “all’epoca accettavo ruoli che ora non sceglierei”, non è necessariamente ingratitudine. Può essere evoluzione personale o artistica. Se invece tratta con disprezzo il pubblico, i colleghi o le opere che lo hanno reso famoso, allora è più comprensibile che venga percepito come atteggiamento snob o ingrato. C’è anche un altro aspetto: spesso chi lavora in certi ambienti racconta esperienze negative solo dopo aver acquisito abbastanza potere o libertà economica per poterselo permettere. Da fuori può sembrare di “sputare nel piatto in cui hai mangiato”; da dentro, magari, è il primo momento in cui si sentono liberi di parlare. Quindi la tua domanda è molto comune e ha una sua logica, ma il giudizio finale cambia molto dal tono, dalle motivazioni e dal contesto specifico.


Nel 1974, in Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, fu truccata appositamente per apparire brutta. Una sfida insolita per un’attrice nota per la bellezza. Com’è stata quell’esperienza?
Mi divertii molto con quel personaggio che il regista mi affidò. Fu divertente recitare con il burbero Paolo Villaggio. Quello è stato un ruolo molto distante dalla mia avvenenza fisica di allora, ma mi affidai a Salce perché ero certa che, anche se non poté dare a me il ruolo da protagonista, visto che comunque qualche camerierina l’avevo già interpretata e come anche nel suo Come imparai ad amare le Donne ed Eleonora era già più famosa e gradita alla distribuzione, colsi comunque quell’opportunità al volo.

Nel 1979 un grave infortunio sul set di Arrivano i gatti ha segnato la fine della sua fase cinematografica più intensa. Quanto ha pesato quell’interruzione? E lo scenario sarebbe stato diverso se non fosse accaduto o qualcosa si stava esaurendo nelle sue prospettive?
Tutto questo periodo è molto articolato, ma credo di sviscerarlo molto meglio nel libro (e non è per spingerla a comprarlo). In poche parole, posso dirle che è stato un periodo molto duro e ho dovuto fare un grande lavoro di introspezione che mi ha in qualche modo spinta ad immaginare come poter evolvere quella così brusca interruzione e le cose sono venute a me in modo molto naturale, direi. Comunque dovevo rivolgere il mio sguardo altrove, ma sempre restando nel mondo dove ero cresciuta.
Dopo il cinema è arrivata la radio, con una lunga militanza in RAI: sceneggiati, programmi notturni, quattro ore di diretta a puntata con Due di notte e L’Anello di Re Salomone, che io seguivo quando potevo. La radio è spesso considerata il medium “invisibile”, eppure lei ci ha investito moltissimo. Cosa le ha dato che il cinema non poteva darle?
Oggi con internet anche la radio è diventata televisiva: mi ha messo alla prova con la capacità di attrarre un pubblico senza l’uso dell’apparenza. Ero una voce che parlava e affrontava temi che mi stavano a cuore e mi rivolgevo al mio pubblico invisibile nel tentativo di legarlo ai miei interessi, che comunque avevo sempre coltivato anche durante la mia carriera.
Un’ esperienza magnifica, formativa. Ma anche la magia della radio ormai è svanita!
Il teatro ha attraversato tutta la sua carriera, da Chicchignola di Petrolini con Mario Scaccia fino a commedie degli anni Novanta. Che rapporto ha con il palcoscenico rispetto allo schermo?
Anche questa esperienza con un grande del teatro come Mario Scaccia ha arricchito le mie tante orchidee. L’esperienza di trovarsi davanti a un pubblico non è stata propriamente una novità, perché già negli anni ’70 recitavo con Fiorenzo Fiorentini per due anni, in due commedie satiriche.
Mario Scaccia, però, mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un pubblico sempre diverso, perché con il suo spettacolo ho girato l’Italia in lungo e in largo. Penso che l’esperienza teatrale ogni attore dovrebbe farla almeno una volta.
Lei ha fondato il Comitato spontaneo Monte Ciocci e ne è ancora oggi presidente e portavoce. La storia del suo legame con quel luogo ha origini precise: nel 1976, tornata a Roma da Sora dopo le riprese di San Pasquale Baylonne, si trovò di notte con i cani sul monte, vide la luce delle troupe di Ettore Scola che giravano Brutti, sporchi e cattivi, e scoprì il panorama. Da quel momento, trent’anni di lotta per trasformarlo in parco pubblico. Come si fa a costruire, da sola, una battaglia del genere contro l’inerzia e la speculazione?
Per esattezza nel ‘75 tornai a sera tarda da Sora dove giravo il film che lei cita, e trovai il mio appartamento illuminato a giorno e da questo dedussi che anche in quel posto, ancora a me sconosciuto, si stava girando un film. Da quel momento la curiosità mi spinse ad esplorare quella collina argillosa e priva di ogni forma di vita. Molti anni dopo seppi che in quelle notti illuminate si stava girando Brutti Sporchi e Cattivi, per me un film pazzesco: solo un regista come Ettore Scola poteva realizzare insieme a Nino Manfredi quella storia così tremenda di emigrazione del nostro sud verso le grandi città, dove vivevano in condizioni, forse esagerate nel film, ma neanche tanto.
Il Comitato, da me fondato nel 2009, è nato con l’obiettivo di sostenere e rafforzare la richiesta di restituire ai cittadini un territorio per lungo tempo abbandonato, ma circondato da un’intensa e spesso aggressiva urbanizzazione. Fin dalla sua costituzione il Comitato ha adottato una struttura orizzontale, senza figure di presidenza: tutti i componenti partecipano su un piano di parità. In qualità di fondatrice, svolgo un ruolo di coordinamento e raccordo tra le diverse sensibilità e iniziative, contribuendo a mantenere coesa l’azione collettiva. Il territorio che il Comitato si è sempre impegnato a valorizzare possiede un panorama straordinario, oggi finalmente molto apprezzato e conosciuto, e rappresenta un patrimonio paesaggistico e culturale di grande valore per la comunità.

Ha detto che porta avanti questa battaglia anche per rispetto verso Ettore Scola, suo amico. Brutti, sporchi e cattivi — quel film “orribile nel suo dramma” — è ancora vivo in quel luogo? Lo sente, quando cammina lassù?
Il regista entrò nella mia mente subito dopo l’apertura del parco. Quando, finalmente, la lunga battaglia condotta con le diverse amministrazioni che si erano succedute negli anni giunse a conclusione, sentii che era arrivato il momento di guardare oltre. In realtà, i miei primi passi in quella direzione erano iniziati molto tempo prima, nel 1990, quando compresi che quel luogo straordinario doveva essere protetto da ulteriori forme di speculazione. Un timore fondato, perché anche dopo l’apertura del parco si manifestarono nuovi tentativi di intervento sul territorio. Proprio allora maturò in me una convinzione: era giusto rendere omaggio a chi, per primo, aveva saputo cogliere e rivelare la bellezza di quel panorama magnifico e insolito, ancora sconosciuto ai più. Quel luogo non era soltanto uno spazio da salvare e restituire ai cittadini; era anche un paesaggio che aveva saputo ispirare uno sguardo capace di riconoscerne il valore, prima che altri ne comprendessero l’unicità.

Oggi Monte Ciocci ha una pista ciclopedonale inaugurata nel 2025, premiata agli European Greenways Award. Negli scorsi giorni inoltre avete inaugurato il Belvedere dedicandolo proprio ad Ettore Scola. Quanto è grande la soddisfazione per vedersi riconosciuti anni di impegno?
È necessario fare chiarezza. Il bellissimo tratto ciclopedonale da lei citato non si trova all’interno del parco, ma conduce al parco e l’inaugurazione risale al 2013/14. All’interno dell’area verde vigono invece specifiche regole: i ciclisti possono percorrerne i sentieri, ma sono tenuti a farlo nel rispetto dei pedoni, ai quali deve essere garantita la priorità. La ciclopedonale è un’infrastruttura molto più ampia, che collega tra loro numerosi quartieri della città e rappresenta un importante asse di mobilità sostenibile. Diverso è il discorso relativo al prolungamento della pista ciclabile, inaugurata appunto nel 2025 e che non è ciclopedonale: oggi essa raggiunge San Pietro grazie al recupero e alla riapertura dello storico Ponte dei Fornaciari, un intervento che ha consentito di migliorare notevolmente i collegamenti lungo questo percorso.
Oltre a Monte Ciocci, collabora con associazioni animaliste e ambientaliste. Questo impegno nasce dalla stessa sensibilità che l’ha portata a salvare un parco, o ha radici separate? Come si connettono, nella sua visione, la tutela degli animali e quella del territorio?
Sono sempre stata una persona che, in molti ambiti, ha precorso i tempi. Così è stato anche per la sensibilità verso tutto ciò che ci circonda e che troppo spesso viene dato per scontato. Da bambina non desideravo bambole o giocattoli: ciò che mi rendeva felice era avere accanto un animale, qualsiasi animale domestico o che potesse essere addomesticato, come gli uccelli. Verso i sedici anni ho iniziato a raccogliere dalla strada cani e gatti abbandonati. Nel 1985 entrai a far parte di un’associazione che gestiva un rifugio per cani e gatti e lì iniziai a rendermi conto davvero della loro difficile condizione. In quegli anni cercai di ottenere spazi nelle televisioni locali, che allora stavano vivendo una grande espansione, per parlare di questo problema. Con molta fatica riuscii a ottenerli su GBR e T.R.E., anche grazie alla notorietà che avevo: allora, come oggi, per avere visibilità era spesso necessario portare uno sponsor o pagare gli spazi. Per i Verdi realizzai anche un documentario che mostrava le condizioni degli allevamenti intensivi. Quell’esperienza ebbe un forte impatto su di me e da allora ho smesso di mangiare carne. Per questo, difendere quello che oggi è il Parco di Monte Ciocci è stato un passaggio naturale. Affacciandomi su quella collina, allora brulla e apparentemente priva di valore, vidi qualcosa che meritava di essere tutelato. La difesa degli animali e quella dell’ambiente nascono infatti dalla stessa attenzione verso ciò che è più fragile e che spesso gli altri non vedono. Ritengo che la sensibilità non si divide in compartimenti: chi impara a vedere la sofferenza di un animale finisce spesso per riconoscere anche quella di un essere umano, al valore di un albero, di una collina, di un paesaggio. Per questo la difesa di Monte Ciocci non è stata una nuova battaglia, ma la naturale prosecuzione di quelle che avevo già iniziato molti anni prima.

Negli ultimi anni ha costantemente fissato e incrementato la sua presenza social. Come usa questi strumenti? Sono uno spazio per il suo archivio, o anche per qualcosa di nuovo?
Anche sotto questo aspetto sono stata in qualche modo avanti con i tempi. Quando i social network ancora non esistevano, avevo già una mia pagina web e un blog attraverso i quali comunicavo i miei pensieri, le battaglie che portavo avanti. Non molto tempo fa aprii anche un canale YouTube, che però mi è stato chiuso senza che ne comprendessi realmente il motivo. Ho avuto problemi anche con Facebook: nel tentativo di contrastare alcuni falsi profili creati a mio nome, si è arrivati paradossalmente a impedire proprio a me di utilizzare il mio nome, nonostante avessi fornito tutta la documentazione necessaria per dimostrarne l’autenticità. Non ne faccio però un problema. Oggi utilizzo i social soprattutto per il Comitato Monte Ciocci, gestendo le pagine Facebook e Instagram dedicate alle attività del Comitato. Per quanto riguarda gli animali, utilizzo un profilo intestato a mia sorella Letizia, una soluzione pratica che mi ha consentito di aggirare l’ostacolo. In fondo va bene così: mi permette di concentrarmi esclusivamente sugli animali e sulle loro necessità, senza parlare di me o del mio lavoro. Del resto, l’obiettivo è sempre stato dare voce alle cause in cui credo, non mettermi al centro dell’attenzione.
C’è ancora qualcosa che vuole fare — in cinema, in teatro, in radio, o sul fronte civile — che non ha ancora fatto?
Posso dire di sentirmi sufficientemente realizzata. Non ho particolari rimpianti professionali. Anche negli ultimi anni mi sono state offerte alcune parti, ma le ho rifiutate perché considero concluso il mio percorso nel cinema. È stata una parte importante della mia vita, ma ogni stagione ha il suo tempo. Oggi preferisco dedicare le mie energie a ciò che sento più vicino e più utile, senza la necessità di tornare indietro.
Grazie, Orchidea, cerchiamo di fare in modo che un certo tipo di cinema non venga dimenticato.
Orchidea, ti auguro una serena estate! (Marcondor)