Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, Venezia 83

Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, Premio Speciale della Giuria a Venezia 83

di Giulia Pugliese

“Io sono stato in Polonia, ho visitato i campi, cosa sono io? Il paragone più vicino è un nazista”

Naza vince il Premio Speciale della Giuria ed è un buon segnale sia per il cinema, che per la società civile, non bisogna spegnere i riflettori su Gaza. Ma Naza è in primis anche un prodotto documentario di livello, girato sui tetti di Tel Aviv, racconta come la popolazione a Gaza sia controllata e come il sistema militare israeliano non si preoccupi delle vittime innocenti, che vengono chiamate Naza, per non parlare di donne, bambini e vecchi. Il film è in tutto e per tutto, un documentario, ma ancora prima è un’indagine giornalistica, che vuole raccontare quello che non è più una guerra per vendetta, ma un complesso sistema di distruzione. Come per La Voce di Hind Rajab, chi segue quello che sta succedendo in Palestina, una parte delle informazioni le conosceva già, così come la storia della piccola Hind Rajab, il problema è far arrivare queste informazioni a un ampio strato di popolazione da creare un’indignazione, che possa fermare Israele. Ma è veramente possibile?

Naza è ricco di interviste a militari israeliani che si contraddicono, che non stanno più da che parte stare, che denunciano un regime di violenza, ma in realtà, le loro voci e i loro volti sono camuffati perché non possano essere riconosciuti, questo aiuta ad avere testimonianze, ma crea anche uno stato di impunità e di omertà. Il sistema israeliano lavora in due modi: neutralizzare la popolazione di Gaza, tutta, anche donne, bambini e vecchi, chi si salva comunque non può rimanere a Gaza, perché le case vengono distrutte. Il secondo sistema che mette in atto è eliminare il dissenso all’interno della società israeliana, specie da parte di politici o chi può realmente denunciare il sistema.

Il documentario, a differenza di No Other Land, ricerca anche dei metodi cinematografici di racconto, lo spiare dai tetti, la presenza di spezzoni d’epoca e l’uso di telegiornali, è un linguaggio giornalistico che incontra una modalità cinematografica di racconto, in cui però centrale rimangono le testimonianze, la parola. Parola che non serve solo a raccontare i fatti, a raccogliere prove e a puntare il dito, ma che funge da elaborazione per immaginare il futuro di Israele, come società legata ai valori di democrazia e diritti umani, ma soprattutto un futuro per gli uomini che compiono queste atrocità. I palestinesi avranno il loro processo di Norimberga? Il sistema diplomatico internazionale riuscirà a punire i colpevoli? Riusciremo ad uscire dall’empasse della terra promessa, delle colpe europee e dell’antisemitismo per parlare di giustizia, di crimini di guerra e contro tutta l’umanità?
Il vero successo di Naza non è tanto far sposare il documentario con il cinema, né riuscire a far conoscere ai più il sistema di Israele per distruggere la popolazione a Gaza, ma far introiettare le colpe e far ammettere che Israele sta diventando come la Germania nazista, in questa presa di coscienza, Gaza non si può più salvare, ma il popolo ebraico potrà ritrovare un ultimo scampolo di umanità e darsi la possibilità di un futuro insieme ai palestinesi.

Naza, che è un prodotto creato dalla parte israeliana del collettivo di No Other Land, Yuval Abraham e Rachel Szor, è manchevole proprio del racconto palestinese, che in questa storia sono esterni e vittime non solo di Israele, ma di una società civile e diplomatica che non riesce ad opporsi alla distruzione di un popolo che non può mettere in campo, né potenza militare, né politica, né diplomatica e né una storia tanto dolorosa come quella del popolo di Shiva. Allora bisogna ricorrere a stratagemmi infimi e toccanti, come quelli usati dal film di Kaouther Ben Hania, mostrare la sofferenza del popolo palestinese, è dimenticarsi la narrazione di un popolo combattente come era stato fatto nel film precedente. Il problema è il pubblico occidentale, a cui non bastano le parole dei soldati israeliani, ma che vuole vedere e nutrirsi della sofferenza e del dolore, unico vero linguaggio accettato per i Palestinesi. Questa narrazione che tanto piace all’Occidente è quasi vergognosa come le parole dei soldati israeliani.

Informazioni su Giulia Pugliese 84 Articoli
Giulia Pugliese Scrittrice Educazione 2011 - Master in EUC Group & CEERNT European Project 2006/2010 - Laurea triennale in Cooperazione allo sviluppo Esperienze lavorative 2024 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Odeon 2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online I-Films 2022/2023 - Scrittrice di critica cinematografica per il blog online Long Take Premiazioni Vincitrice del concorso di scrittura per la critica cinematografica over 30 indetto da Long Take Film Festival quinta edizione - 2023

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