Yuval Abraham e Rachel Szor. Intervista ai registi di Naza

Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di Naza, alla Mostra del Cinema di Venezia 83

di Lorenza Del Tosto

Sapere di loro è una cosa, incontrarli ben altra. Da allora ci accompagna un’aura di coraggio, coraggio altrui ovviamente: una sensazione sconosciuta, un’emozione indefinibile. 

Non è bastato vedere No other land né assistere alle 9 di mattina alla proiezione di Naza alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, né leggere ogni materiale disponibile sul conto dei due registi, a prepararci all’incontro con Yuval Abraham e Rachel Szor. Sembrano fatti di vento sotto gli abiti rigorosamente neri, esili al punto di temere di fargli male ad andargli troppo vicino. Siedono uno accanto all’altra, i corpi all’erta e un sorriso appena accennato sui volti affilati. Si guardano attorno, cercandosi sempre con gli occhi, per scambiarsi segni di approvazione e di sostegno. O forse è Rachel che cerca Yuval e Yuval che si assicura di esserci per Rachel, tra la folla di giornalisti che li avvicina commossi, appena usciti dalla proiezione di Naza, il film che hanno portato qui a Venezia dove membri dell’Intelligence e dell’esercito israeliani, sotto condizione di anonimato, svelano i dettagli del sofisticato sistema di sterminio messo in atto da Israele nei confronti dei palestinesi. Si vorrebbe proteggerli questi due ragazzi, Yuval più alto, Rachel con gli occhiali e i capelli corti. E spazzare via il velo di stanchezza e tensione che hanno negli occhi. E insieme, segretamente, vorremmo che fossero loro, ineffabili creature di cui si intuisce la tempra d’acciaio e la determinazione ferrea, a proteggerci e contagiarci.

Yuval, giornalista investigativo, è abituato alle interviste (forse più a farle che a rispondere) Rachel fotografa, preferirebbe invece sottrarsi, a lei basterebbe guardare con il suo sguardo lucido e profondo, ma Yuval ha un modo dolcissimo di incoraggiarla, di darle fiducia. È importante che siano entrambi a parlare. Ciò darà più valore a quanto hanno da dire.

“Perché questo film?” Arriva la prima domanda.

“Naza non racconta nulla di nuovo, molte cose sono già note: bambini uccisi, case bombardate, ma volevamo mostrare il meccanismo nascosto e negato. No other land ci ha svelato il potere del cinema di raggiungere un numero enorme di persone e di dire cose che la stampa non può dire. L’ indagine giornalistica è iniziata subito dopo l’attacco del 7 ottobre. Con il grande beneficio del tempo a disposizione per creare i contatti e ottenere la fiducia degli intervistati. E poi perché”, Yuval non usa mezze parole. La sua voce è piena di fermezza dolorosa “in Israele la maggioranza dei media, tranne qualche rara eccezione, ha tradito la professione. Viviamo in una società dove la stampa ha smesso di fare domande, non chiede cosa sta succedendo. O, ancora peggio, si muove per alimentare l’odio e il massacro. Per noi invece è importante fare domande.”  

“È stato difficile convincere le persone a parlare?”

“Convincere non credo sia la parola giusta. È bastato chiedere, non è servito altro.” È incredibile quanto sia semplice arrivare alla verità quando si ha voglia di conoscerla. Il fact checking, spiega Yuval, è stato estremamente rigoroso: un’inchiesta di tre anni, condotta da una squadra di reporter in collaborazione con The Guardian e con giornalisti palestinesi.

Rachel ci tiene a ricordare sempre la collaborazione dei colleghi palestinesi. E Yuval annuisce. Prima di rispondere verifica sempre se magari Rachel non abbia voglia di dire lei qualcosa. Sa ed intuisce quali sono i campi in cui lei si muove a suo agio.   

“Perché le interviste avessero valore, avevamo bisogno di grossi numeri. Abbiamo avvicinato più persone. Non tutti hanno detto sì. Ma quando siamo arrivati a 24 persone disponibili a parlare, ci è sembrato di aver raggiunto un numero sufficientemente grande. Le voci degli intervistati sono state distorte. I volti celati. Le interviste avvengono tutte sui tetti di Tel Aviv di notte. “All’inizio ci preoccupava fare un film dove non si vedono i volti. Il cinema è immagine. Ed invece sono state le voci a diventare potenti.”

Di notte sui tetti, oltre le sagome degli intervistati e la silhouette di Yuval sempre riconoscibile, si intravede una Tel Aviv che sembra vivere indifferente a quanto avviene a poche decine di chilometri. Al genocidio in atto, come i due ragazzi non hanno problemi a definirlo. Si vedono sbrilluccicare le luci delle superstrade sullo sfondo nero, sembra l’inizio di un film francese o americano. Ci si aspetta da un momento all’altro una zoomata sull’interno di una macchina dove due amanti discutono, o dove un uomo parla al telefono e ricorda. Invece Tel Aviv, con la sua indifferenza, resta sempre sullo sfondo. La macchina da presa non entra nei salotti dove, alle 8 di sera, si è celebrato il rituale: le famiglie riunite sul divano a guardare il telegiornale, dove nessuno fa domande. La zoomata, invece, è sul disegno, sul foglio di carta dove una mano anonima, avvolta dal buio della notte sul tetto, sta tracciando dei segni in diretta, fino a comporre un disegno che spieghi come funziona il sistema.

“Fammi il disegno” Chiede la voce di Yuval e un volto oscurato si china sulle linee che la mano sta tracciando sulla carta. E rivela ciò che il telegiornale delle 8 non dice: operatori dell’intelligence e membri dell’esercito israeliano dal 2023 prendono parte a sistemi di spionaggio, sorveglianza e uccisione di civili palestinesi a Gaza. I disegni e le voci rivelano tecnologie, intercettazioni, hackeraggi, intelligenza artificiale per controllare chiunque.

“È stato scioccante scoprire come l’IDF riesca a colpire le persone direttamente nelle loro case, attraverso i telefoni. All’inizio non avevamo piena conoscenza del sistema Where is daddy? quando lo abbiamo scoperto è stato uno shock.”

Un nome che ispira serenità familiare Where is Daddy? Quando il cellulare di un bambino a Gaza City si attiva, magari per comunicare alla mamma che papà, un esponente di Hamas, è tornato a casa, ecco quello è il momento giusto per intervenire e far fuori il papà. Una notifica viene inviata all’Intelligence non appena il bersaglio torna all’interno dell’abitazione familiare. Difficile, se non impossibile, intercettare un combattente durante un’operazione armata, magari nei cunicoli, ma se il combattente torna a casa invece è facilissimo. A quel punto, ovviamente, è impossibile evitare i danni collaterali, le altre morti. Per ogni combattente, spiega la voce alterata e resa irriconoscibile, ci sono diversi Naza. Naza sono le persone che muoiono. Un Naza, due Naza anche più di 100 Naza per un combattente.

“Ma prima di ucciderli sentite le loro voci?” Chiede Yuval nel film.

“Sì certo. Si sente il pianto di un neonato, il rumore della televisione. Sentiamo le voci di chi sta per morire.”

Delle 24 persone che hanno accettato di parlare, ognuna ha una motivazione diversa, spiegano i due registi. C’è chi ha parlato perché addolorato da quanto ha fatto. Altri esprimono solo indifferenza. Altri, e fanno paura, hanno accettato di parlare così, tanto per fare qualcosa, come uccidono tanto per fare qualcosa. In modo un po’ casuale. C’è chi parla per vantarsi. Chi è orgoglioso.  Chi dice che è divertente. È divertente colpire il bersaglio. C’è chi racconta di certe misteriose, terrificanti zone di annientamento, dai limiti immaginari che nessuno ha tracciato ma che loro, gli anonimi parlanti, conoscono. Se un estraneo inconsapevole entra in quella zona, così per caso, per sbaglio, non si salva. Proibito entrare. Una volta è entrato un bambino. Non cercava niente di speciale. Si muoveva come si muovono i bambini …

“È stato devastante” dice Yuval. “sentir dire: nelle zone di annientamento spariamo a chiunque, non importa se ha una bandiera bianca o se è un bambino. Sentirlo dire da una persona che parla l’ebraico che è la mia lingua, che ha la mia età, una persona che potrei incontrare la sera in un bar.”

Il film non si sofferma sulle motivazioni che spingono le persone a parlare. Le motivazioni erano un obiettivo secondario. Lo scopo del film è mostrare nel dettaglio come funziona il sistema di genocidio che è stato approntato, in modo che il Governo non possa continuare a negare. Un sistema che trasforma le persone in numeri. Come diceva Primo Levi, che Yuval cita, la disumanizzazione è il processo che porta a trasformare le persone in numeri: 2 Naza, 100 Naza.

“Ma voi ora correte un grande pericolo?” almeno un giornalista su due glielo chiede.

E ci sarebbe da sorridere, se non fosse tragico, nell’accorgersi come riescono i due ad eludere la domanda. Avvicinano le teste, quasi un segnale concordato, si scambiano uno sguardo, come chi riceve una domanda indiscreta ma è troppo educato per farlo notare, si agganciano ad un’altra domanda e distraggono l’interlocutore. Solo una volta, almeno in nostra presenza, sono costretti a rispondere e allora parlano a due voci ma come sussurrando, e in fretta, a mezza bocca dicono che sì a volte hanno paura ma non è il caso di parlare del loro pericolo, considerato il pericolo che corrono i colleghi palestinesi.

“E cosa volete per questo film?”

La maggior distribuzione possibile nel maggior numero possibile di paesi. Ora, dopo la prima internazionale a Venezia, I Wonder distribuirà Naza in Italia.

“L’Italia è importante. Ha una grossa leva da usare” dice Yuval e sembra, da come lo dice, dal tono gentile che usa, che l’Italia sia un Paese indipendente, libero di fare le sue scelte e di rispettare gli impegni presi. Un Paese che ha da insegnare agli altri. Non c’è traccia di rimprovero, “l’Italia è importante perché è uno dei pochissimi paesi in Europa che si oppone alle sanzioni ad Israele. L’Europa ed Israele” ci spiega come se noi non lo sapessimo, e noi fingiamo di scoprirlo adesso, “hanno un accordo commerciale che è valido solo a patto che Israele rispetti i diritti umani. Ora l’Italia, con questo film, vedrà che Israele non rispetta i diritti umani.”

Yuval si accalora. “Non è una questione di destra o di sinistra. Chiediamo all’Italia di applicare le sanzioni. È una questione di decenza umana.” Yuval e Rachel non sono certo ingenui. Yuval conosce i nomi delle testate di alcuni giornalisti che si avvicinano a parlare e sul suo viso cala una smorfia di disincanto, sa che non ne verrà nulla. Sa che magari le sue parole verranno ammaestrate e allora dà risposte scontate.

“Credete che Naza possa scatenare l’equivalente di un Watergate, e influenzare le prossime elezioni in Israele?”

Yuval scuote la testa, scarta nel modo più assoluto questa possibilità. La sua mancanza di speranza è forse, stamattina, una delle cose più desolanti, più disperanti.

“Il muro della negazione in Israele è molto spesso. Ci vorranno anni per penetrarlo. Non voglio sottovalutare il potere del nostro film, ma la morte dei palestinesi non è un tema elettorale.”

E la risposta più triste è ancora da arrivare. Quando qualcuno dice che, oltre a sentire l’opinione dell’Intelligence e dell’esercito, sarebbe stato interessante se Yuval e Rachel avessero intervistato la società civile.

“Ci sarà pure una società civile, sarebbe stato interessante sapere cosa pensa” dice il giornalista, “perché a noi non arriva niente.”

Rachel e Yuval di nuovo scuotono la testa: non arriva niente perché niente può arrivare. Alla società civile il tema non interessa. Non è all’ordine del giorno.

“Ci sono altre persone come noi ma siamo un piccolo gruppo. Una minoranza insignificante. ”

Con chi ritiene di poter parlare apertamente, Yuval non si trattiene.

“Alla radice del 7 ottobre ci sono i governi che si sono succeduti per 20 anni lottando contro la pace.

Impedendo deliberatamente ogni possibilità di arrivare alla soluzione dei due Stati. Nel film uno degli intervistati ad un certo punto lo dice:

“Noi siamo il livello più alto. Sopra di noi non c’è nessuno.”

 “E qual è la vostra funzione?”

“Evitare la pace.” Più chiaro di così. La nostra presenza qui riguarda la nostra posizione nel mondo.” continua Yuval accalorato. “Se il tuo Paese si macchia di crimini è tua responsabilità morale dirlo. E se hai accesso alle informazioni è tuo dovere renderle note. Ognuno ha il dovere morale di farlo dalla propria posizione, dal proprio lavoro. Il cuoco, il presentatore televisivo, chi si occupa della propria famiglia, chiunque, nelle sue capacità dovrebbe protestare. Sappiamo bene cosa succede ai palestinesi che lo fanno. Vengono uccisi o arrestati. Noi usiamo il potere che abbiamo. Non avremmo usato le scene finali di Gaza se si fosse trattato di cose avvenute nel passato. Ma tutto questo avviene adesso. È ancora in corso. È qualcosa che sta succedendo e potrà succedere anche in Cisgiordania. Non potranno più negarlo.”

Tra tanta disumanizzante tecnologia, le voci del film, seppure distorte, sono potenti e umanissime: contengono il meglio ed il peggio dell’uomo. Come potente e umanissimo è il suono degli applausi alla proiezione ufficiale della sera. 24 minuti di applausi sono un’immensità. Un tempo infinito, un applauso che spella le mani. L’arma preziosa, generosa di un’Italia che vuole far perdonare la sua impotenza. L’unico mezzo per dire: “A noi, società civile, quello che fate importa.” 

Informazioni su Lorenza Del Tosto 39 Articoli
Lorenza Del Tosto Vive a Roma con le sue figlie e il gatto Leo. Interprete di Conferenza free lance. Tra le sue passioni: le serate di chiacchiere con gli amici, il cinema, la letteratura e l’Aikido. Ha una rubrica Lost in Translation con ritratti di attori e registi per cui lavora. Ha vinto un’edizione del Premio Loria per racconti inediti ed è arrivata finalista in altri concorsi letterari.

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