di Lorenza Del Tosto
Sopra le nostre teste la pioggia batte con furia, il cielo fuori si è fatto buio, ma dentro, sotto il tendone, si sta bene, ci si sente al sicuro in compagnia di Marco Bechis e della passione con cui presenta alla stampa estera il suo Ritorno a Buenos Aires in concorso a Venezia 83. Un film bello, asciutto e dilaniante. Più che rispondere alle domande, Bechis, slanciandosi in avanti sulla sedia o abbandonato sulla spalliera, coinvolge gli interlocutori in riflessioni appassionate interrogandoli con i suoi occhi azzurri pieni di calore e ironia. Che in un istante però, per un’immagine o un ricordo sopravvenuto, possono diventare gelidi e duri. È sempre un gran mistero come riescano gli occhi di una persona a rispecchiarne la vita, come possa una superficie così ridotta raccontare chi sei e il senso che hai dato ai tuoi giorni.
Marco Bechis, quando lo incontri e lo guardi negli occhi, pensi che è uno che, con la sua vita, deve aver fatto qualcosa di bello. E di buono. Si definisce italo cileno argentino, e in Argentina viveva nel 1977 quando è stato sequestrato da agenti della dittatura militare. Su quel periodo ha girato film memorabili, tra cui Garage Olimpo e Hijos/Figli. Dalla visione di Garage Olimpo, del1999, lo spettatore esce con il corpo pieno di terrore, un’esperienza indicibile, delle più dure: come essere stati, anche noi, chiusi e torturati nei garage sotterranei di Buenos Aires dove il male toccava il suo apice mentre la gente viveva e passeggiava nelle strade. Perché è questo che fa Marco Bechis: lascia che lo spettatore scivoli sotto la pelle del protagonista, in questo caso la pelle di Mariano Guerra interpretato da un magnifico Adriano Giannini. Niente realtà virtuale, ma film immersivo: fisicità e vibrazioni attraverso continue soggettive, primi piani e silenzi. E noi spettatori viviamo in prima persona il dramma del sopravvissuto.
“Un altro film sulla dittatura in Argentina? Con tutte le guerre che ci sono, non potevi sceglierne un’altra? Mi hanno chiesto alcuni un po’ seccati.” Ironizza Marco Bechis “E io rispondo: no, non posso. Il tema dei sopravvissuti, di chi è stato all’inferno e non sa a chi raccontarlo, mi pare molto attuale, viste le guerre in corso. La mia è la storia di un uomo che, dopo molti anni, decide finalmente di testimoniare a Buenos Aires nei processi ai militari accusati di crimini contro l’umanità. Quanti, oggi, potranno rendere la loro testimonianza da Gaza, dall’Ucraina, dall’Africa? Senza testimoni non si ottiene giustizia collettiva. Ma testimoniare richiede uno sforzo enorme e non risolve il trauma individuale, può solo lenire un poco il dolore.”
È quanto dice anche Emmanuel Carrère nel suo libro V13, sul processo giudiziario agli autori degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. Ogni sopravvissuto è una storia a parte sebbene su tutti gravi il senso di colpa e un certo tipo di relazione con il mondo esterno che li ritiene fortunati. “Siete fortunati, ne siete usciti vivi.” È la formula che ricorre. Ma a quale prezzo? E come cambiano le cose a seconda di come si è riusciti a sopravvivere?
In Ritorno a Buenos Aires tra i sopravvissuti c’è chi si sente meno colpevole di altri, chi scarica su altri la responsabilità dei propri gesti. Molti non hanno mai smesso di tormentarsi, come se, anche dopo anni di terapia, i torturatori dominassero ancora le loro coscienze.
“Era uno degli obiettivi dei militari” Spiega Marco Bechis “Estendere la loro ombra sul tuo futuro. Ti lasciavano andare e ti dicevano: Vai… tanto per i tuoi compagni ormai sei un traditore e a noi non servi più.”
“Quanto c’è di lei in questo film? Mariano Guerra è il suo Alter Ego?”
Marco Bechis scuote la testa con vigore.
“No, io non ho vissuto il suo inferno. Io sono un privilegiato, per questo sento il dovere di testimoniare: sono stato sequestrato, bendato, torturato, ma dopo dieci giorni mi hanno liberato. La mia era una famiglia italiana di imprenditori e si è subito attivata. I militari mi hanno rilasciato e spedito a Torino. Il mondo imprenditoriale argentino evidentemente sapeva bene cosa stava succedendo.” Ora il suo sguardo si fa duro e cupo come il cielo là fuori. “Ho scritta la mia storia in un libro: La solitudine di un sovversivo. L’esperienza di Mariano Guerra è stata molto più atroce della mia.”
“Adriano Giannini è straordinario. Come è riuscito a trasmettergli un’esperienza così forte e personale? “
“Adriano ha fatto un lavoro potente. Io lo guidavo e lui si fidava di me, mi ha seguito ovunque. Il nostro metodo è stata l’intuizione. Quando abbiamo sentito che si era creato il contatto giusto, abbiamo iniziato.” Adriano Giannini lascia che lo spettatore scivoli sotto la sua pelle, trascinandolo nel suo tormento, come nella scena straziante dell’incontro nel bagno con il suo aguzzino. Un lavoro di scandaglio della colpa che lascia lo spettatore con la domanda: cosa ne faccio io delle mie colpe, che conseguenze hanno nella mia vita? Sono anche io un cane fedele? Cosa avrei fatto io al posto di Mariano? Non è forse meglio morire che sopravvivere?
“È possibile liberarsi dal senso di colpa? Lei si sente in colpa?”
Marco Bechis accenna un sorriso che è una smorfia. Esita un istante. Non serve guardarlo negli occhi per intuire che il motore della sua esistenza e della sua essenza di artista è ciò che ha vissuto da ragazzo: toccare il cuore del male e trovare il modo di andare avanti.
“A volte, quando nella mia vita sono contento, penso a loro, a quelli che mai più lo saranno.
Ma la domanda che mi interessava era: che essere umano è il sopravvissuto? Il film non si basa su un’unica storia, ma è un collage di storie vere. Prima di girare Garage Olimpo mi ero documentato a lungo, ho parlato con tanti sopravvissuti, tra cui uno che è passato per quattro campi di prigionia. La domanda è: cosa hai fatto per sopravvivere? Mariano Guerra è un traditore?
Ho scritto la sceneggiatura insieme a mia figlia e mi ha aiutato. In qualche modo anche lei ha vissuto il trauma che si perpetua nelle generazioni, come avviene nella famiglia del protagonista. Mia figlia mi ha aiutato a evitare la retorica, sebbene la retorica non sia nelle mie corde. Ma può capitare, se attingi alla tua esperienza, di credere che una scena sia imprescindibile ed è importante che ci sia qualcuno che ti dica che non lo è.”
Marco Bechis torna a fare film sullo stesso tema, allo stesso modo in cui una delle sopravvissute di Ritorno a Buenos Aires torna a testimoniare per la quinta volta. Ogni volta aggiungendo qualcosa. Ci vuole molto tempo per aggiungere un dettaglio, per elaborare un nuovo pezzo di dolore.
“Credo che fare arte sia esattamente questo.” Dice Marco Bechis “Ogni artista lavora sulle sue ferite. L’elaborazione artistica di una verità personale può dare risultati potenti. In questo caso, ad esempio, non ho voluto girare in Argentina, dove c’è un governo autoritario, ho preferito optare per un esilio volontario girando a Torino e a Porto Alegre ed è stata una scelta creativa. Ho reinventato la mia Argentina e l’ho resa più vera. La sfida era mostrare che, come ne La zona di interesse di Jonathan Glazer, tutto veniva fatto in nome della burocrazia, non del male assoluto. “Sono le persone normali che fanno le cose più orribili.” Ha detto Primo Levi. A Garage Olimpo c’erano persone normali.”
Un uomo cupo. Pesante. Era così che ci immaginavamo il regista di Garage Olimpo ed invece ci troviamo davanti una forza della natura, una vitalità solare che esplode ad ogni parola e ci trascina indietro nel tempo, prima del politicamente corretto, a un modo dimenticato di stare nel mondo e di chiamare le cose con il loro nome. Dietro il riarmo, il potere, la violenza, cosa c’è? C’è immenso dolore e alienazione profonda. Quando, in Ritorno a Buenos Aires, l’avvocato della difesa accusa Mariano Guerra di aver passato del tempo la sera con i torturatori, Mariano Guerra risponde che erano loro a cercare la sua compagnia. Perché quegli uomini di potere erano persone che stavano molto male, avevano molti problemi, era gente che non voleva tornare a casa la sera. Facile ipotizzare che per i potenti di oggi valga la stessa cosa.
Oltre alla vitalità, in Marco Bechis, c’è cortesia. Con discrezione si prodiga per un giornalista, a cui l’addetto stampa sta mettendo fretta, che non riesce più a ricordare la sua domanda. Insieme ricostruiscono il filo dei pensieri, come se insieme stessero costruendo la storia del loro incontro. E alla fine il giornalista ricorda cosa è che voleva chiedere:
“Il protagonista ha aspettato molti anni prima di decidersi a testimoniare. Deve essere molto difficile testimoniare quando i tuoi aguzzini sono seduti davanti a te in aula. Come è stato per lei?”
Marco Bechis risponde pragmatico, e se una traccia c’è della sua inquietudine è la mano con cui ogni tanto sale a giocare e inanellare i capelli bianchi.
“Sì, è durissimo. Ho avuto paura di non farcela. C’è gente che crolla. Non ce la fa. Questo io volevo assolutamente evitarlo. Non volevo andare lì e crollare. E allora ho trovato un escamotage” sorride malizioso come se avesse escogitato un trucchetto per entrare gratis o saltare la fila. “All’inizio del processo ho chiesto al giudice, una donna, di indicarmi ognuno degli imputati, ognuno degli aguzzini, e dirmi il suo nome. Lei diceva il nome e io prendevo nota, fingevo di appuntare ogni nome su un foglio di carta che mi ero portato dietro. Appuntare il nome di qualcuno crea sempre una certa tensione. Che ci vuole fare questo con il mio nome? Hai un’arma dalla tua. Hai creato incertezza. Quanto bastava a me per non crollare.”
“Perché testimoniare è stato importante? Cosa ha cambiato nella storia dell’Argentina?”
“Videla in Argentina è morto in prigione. In Cile invece Pinochet è morto nel suo letto circondato dai suoi familiari, con i militari che andavano a rendergli omaggio. E ora hanno un presidente che vuole riprenderne l’eredità. Se non viene fatta giustizia le nuove generazioni crescono con l’idea che il crimine non viene punito. È importante che in Argentina oggi uno studente sappia che persone che hanno commesso crimini efferati sono finiti in prigione. I film possono aiutare, ma la percezione delle cose deve venire dalla giustizia che si fa nelle aule di tribunale. Ed è importante anche per i parenti degli scomparsi. Come per il personaggio della ragazza in Ritorno a Buenos Aires che ha bisogno di sapere cosa ne è stato di sua madre. La tragedia dei parenti dei desaparecidos nasce dal non poter sapere cosa ne è stato. Come Antigone, ognuno ha bisogno di seppellire i suoi morti. E testimoniare è ancora più importante oggi con i social che manipolano e non si è trovato il modo di proteggersi. Quando c’è stato il colpo di Stato in Cile tutte le piazze erano piene. Ora si è tornati in piazza solo per Gaza, ma è molto diverso.”
“Con Ritorno a Buenos Aires pensa di aver chiuso i conti in sospeso con l’Argentina? O avrà altro da dire?”
Una domanda lecita, visto il finale di Ritorno che si apre a tante interpretazioni. Può sembrare il finale di una vita con tante possibilità, o la coesistenza di tante vite in una. Se della colpa non ci si libera mai, si può imparare a conviverci in modo che non ci impedisca di amare e di creare relazioni vitali. Marco Bechis, invece, dice che sono tre finali diversi. Ma noi non gli crediamo. Non gli vogliamo credere. Sarebbe come a dire che la scelta tocca allo spettatore? Alla sua coscienza?
“E allora ha chiuso con l’Argentina?” Ripete il giornalista.
Ride Marco Bechis e i suoi occhi azzurri si affollano di futuro.
“Ogni volta che finisco qualcosa mi dico che ho chiuso. Credo sempre di avere chiuso. Poi mi accorgo che ho solo aperto.”
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