di Giulia Pugliese
Dau è l’impresa ventennale di Ilya Khrzhanovsky, che negli anni ha costruito microstorie intorno al semi-sconosciuto personaggio di Lev Landau detto Dau, l’Oppenheimer sovietico, fisico che inventò la bomba atomica per l’URSS e vinse il premio Nobel nel 1962.
Dau è più di un film, è un’opera d’arte e il lavoro della vita di Ilya Khrzhanovsky, che non solo riesce a fare un lavoro molto approfondito sulla storia russa, partendo dal biopic, ma riesce a fare un lavoro sull’immagine che risulta affascinante, sperimentale e nuova, più vicino alla videoarte che al cinema. L’opera ha una forte impronta russa, riprende i dogmi morali, etici e di giustizia della letteratura del paese, ricorda il cinema di Tarkovskij per il tipo di narrazione, ripensare l’uso del tempo, livello di immagini, colori e la fastosità e il messaggio universalmente politico del cinema di Sokurov, ma Dau riesce a trattare temi universali in maniera diversa, puntando soprattutto su una costruzione narrativa segmentata e unendo il cinema alla filosofia, all’arte e alla politica. Partendo dal personaggio di Lev Landau, straniero in patria, infatti lo scienziato è greco ed ebreo, nonostante il suo genio visto dal Partito Comunista con timore e con circospezione, Dau da subito e più volte nel film è contrario alla costruzione della bomba atomica. Questo porterà anche a incarcerazioni e umiliazioni. Ilya Khrzhanovsky usa la provenienza di Dau, la Grecia come luogo ideale, dove è nata la civiltà umana, dove sono nate la filosofia e la scienza. Secondo l’URSS anche la propria società si fonda sulla filosofia marxista e sulla ricerca di progresso. L’Unione Sovietica del giovane Dau già inizia a scricchiolare, ma peggiora nel corso degli anni e Dau ne diventa sempre più complice.

Il film investiga anche il rapporto uomo e donna, all’inizio il rapporto tra Dau e la moglie sembra forte, entrambi molto innamorati, l’ego dello scienziato porterà a un disinteresse sempre maggiore per lei, fino a scoprire che c’è un’altra donna nel suo passato e ad aprire la coppia. Nella Russia di Dau tutto si distrugge, tutto si logora e tutto diventa grottesco, fino a che lo scienziato diventa uomo di regime, un vecchio inebetito di farmaci, che riesce solo a sorridere, mentre intorno a lui scoppia il caos, a cui lui pure infine ha contribuito.
Il film riesce a creare dei momenti di vera arte, con il numero massivo di comparse e idee registiche, Dau infatti rimane un film sperimentale, che però riesce perfettamente a unire narrazione e a catturare lo spettatore sia con l’immagine che con la storia. Dau è anche un’opera collettiva che ha visto Marina Abramović e il regista d’opera Peter Sellars assumere dei ruoli. Il fisico e premio Nobel David Gross, il fisico nostrano Carlo Rovelli e il matematico Shing-Tung Yau. Dau è un film totale anche in questo, per ricerca di persone simili ai personaggi che interpretano, sul set durante le riprese si usavano solo strumenti dell’epoca e gli attori dovevano rimanere nel personaggio tutto il tempo. Dau è soprattutto il racconto di come siamo arrivati qui, con forti echi al presente, l’arrivo del caos è stato programmato, è ampiamente deciso e voluto, è un forte e chiaro attacco alla Russia di Putin e al suo esercito di sociopatici, che si basa su fatti veramente accaduti nel 2011, in un campo alla periferia di Kharkiv, nell’Ucraina nord-orientale, una banda di teppisti neo-nazisti prese d’assalto un istituto di ricerca scientifica sovietico, picchiò, umiliò il personale e incendiò la struttura fino a ridurla in cenere. La ricostruzione perfetta del tempo e l’ossessione per il progetto fanno sì che Ilya Khrzhanovsky sia riuscito a portare a compimento un’opera di così ampio spessore, anche nonostante i divieti in Russia e le contestazioni del governo ucraino.

Dau è un’opera che merita attenzione, ma anche se nata a capitoli, trova il suo afflato epico nella lunghezza originale: è possibile distribuire un’opera così? L’arte, perché di questo si sta parlando, può essere castrata da logiche distributive? È un prodotto museale o cinematografico? Eppure, vista la particolarità e l’epica del racconto, sicuramente Dau avrebbe un suo pubblico. Dau è un biopic di un uomo geniale ed eccentrico che ha seguito il suo Paese, la storia di un Paese, un’opera di videoarte, ma anche un racconto umano e un grande affresco politico, che racconta l’oggi. Come ha detto Khrzhanovsky replicando alle critiche del governo ucraino, “DAU è una dichiarazione artistica sulla natura del male totalitario”.
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