Following, l’esordio di Christopher Nolan

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di Martina Cossia Castiglioni

Bill (Jeremy Theobald) è uno scrittore, o almeno gli piacerebbe esserlo. Un po’ per noia, un po’ per raccogliere materiale per i suoi personaggi, inizia a pedinare le persone. Le sceglie a caso, le segue, guarda che cosa fanno, dove vanno, poi se ne torna a casa. Finché un giorno incontra Cobb (Alex Haw), specializzato in furti in appartamenti, che lo coinvolge nella sua attività. E la vita di Bill cambia completamente.

Mentre si avvicina la data di uscita di Odissea, il nuovo attesissimo film di Christopher Nolan, su Prime e MUBI è disponibile alla visione la sua pellicola d’esordio, Following (1998), che contiene già in nuce molte delle tematiche care al regista. Innanzitutto, quella del tempo. La vicenda non è narrata in modo lineare, non solo perché il film comincia dalla fine, ma perché Nolan gioca a scomporla in parti che non seguono l’ordine cronologico degli eventi. Una frammentazione temporale che crea spaesamento nello spettatore, un disorientamento che riflette la condizione del protagonista, che a poco a poco perde il controllo sulla realtà che lo circonda e che credeva di conoscere (come spesso capiterà ai personaggi di Nolan). È davvero lui a pedinare gli altri, o è lui a essere seguito? È padrone delle sue azioni o viene manipolato? Cobb è un po’ il doppio di Bill, il suo alter ego. Se per il giovane osservare una persona significa essere «invaso da un mucchio di domande», dal desiderio di porle e di avere delle risposte, per il ladro introdursi nelle case delle sue vittime è un modo per «entrare nella vita di qualcuno e scoprire chi è davvero». I due uomini arriveranno ad assomigliarsi sempre più anche nell’aspetto fisico.

Sono tante le sorprese e i ribaltamenti in questo noir dal raffinato bianco e nero, e sarebbe un peccato svelarli per chi non avesse ancora visto il film. Con il colpo di scena finale (anche questa diventerà una caratteristica di molti dei lavori successivi del regista) tutti gli indizi disseminati nel corso della narrazione trovano il loro posto. Spiazzando lo spettatore, ma ancora di più il protagonista.  
Scritto dallo stesso Nolan, che ne ha curato anche la fotografia e il montaggio, realizzato a Londra con un budget molto ridotto, girato nei week end perché gli attori e il resto della troupe avevano altri lavori, Following ha un buon esito nei circuiti del cinema indipendente di allora. Nel 1999 vince la Tigre d’Oro al Festival di Rotterdam. Nelle sale italiane viene proiettato per la prima volta soltanto nel 2023, in una versione restaurata.

Un esordio maturo e potente, quello di Christopher Nolan. Nel quale compaiono elementi che anticipano il suo cinema che verrà. Come il nome Cobb, che sarà lo stesso di Leonardo Di Caprio in Inception, un ladro che ruba segreti entrando nei sogni delle persone; o come il simbolo di Batman sulla porta della casa di Bill.

Informazioni su Martina Cossia Castiglioni 62 Articoli
MARTINA COSSIA CASTIGLIONI (1964) si è laureata in Lingue alla Statale di Milano. Dal 2001 al 2009 ha tenuto un rubrica dedicata ai libri per Milano Finanza e dal 2011 al 2016 è stata responsabile editoriale per Uroboros Edizioni. Appassionata di cinema, frequenta  i corsi di Longtake e ha iniziato da poco a scrivere di cinema in rete.

1 Commento

  1. Bella recensione Martina, ben costruita e molto chiara. Di Nolan non so quasi niente ma mi incuriosiscono i “tempi spezzati” che qui sono segnalati visivamente, ad esempio l’aspetto del protagonista, che creano uno spaesamento nel protagonista e nello spettatore. Quando arriviamo a Inception,le regole cambiano, infatti il segnale che qualcuno è entrato in un sogno non è mai visiva, spesso è verbale “siamo dentro”. Inoltre lo spettatore deve ricordare chi sta sognando, i livelli che sono stati attraversati e le regole che valgono in quel momento. Ci avviciniamo sempre di più a un videogioco. In Following bisogna ricostruire la cronologia; in Inception bisogna mantenere una mappa dei livelli di realtà. Ora mi domando se l’architettura del film non diventa l’oggetto centrale del film portando lo spettatore a concentrarsi più sulla mappa che sulle emozioni. A me sembra un limite. Tu cosa ne pensi?

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